lunedì 29 luglio 2013

Un commosso saluto a don Ersilio Tonini. Che sempre ricorderemo con affetto e profonda stima


Grazie don Ersilio Tonini per il senso di umanità e di amore cristiano che ci hai saputo trasmettere
Che tu riposi in pace, beato tra gli angeli del paradiso...



Sotto una mia “vecchia” intervista (ma sempre attuale per i temi che si affrontano) nel ricordo commosso di Monsignor Ersilio Tonini, Cardinale emerito di Ravenna, sua città di adozione, dove era ospite nella Casa di accoglienza Santa Teresa e dove, purtroppo, si è spento il 28 Luglio scorso all'età di 99 anni. La sua figura spicca in questo tormentato secolo per essere tra le più elevate spiritualmente ed eticamente della Chiesa di Roma








INTRODUZIONE ALL'INTERVISTA

Sono passati esattamente due anni da quando, in occasione del suo compleanno, intervistai il Cardinale Ersilio Tonini. Era il 20 luglio del 2011 e Monsignore, come tutti lo chiamavano qui a Ravenna, di anni ne compiva novantasette. Lucidissimo, brillante e instancabile nella conversazione, dal fisico asciutto e apparentemente in buone condizioni d salute, tutto in lui faceva presagire che avrebbe avuto una vita lunghissima. Che avrebbe raggiunto i cento anni e che, magari, li avrebbe ampiamente sorpassati. Invece non è stato così. Monsignore non ce l'ha fatta, appena otto giorni dopo il suo 99° compleanno, se ne è andato. Per i ravennati, per chi lo ha conosciuto, per i fedeli tutti si è aperto un grande vuoto, una dolorosa ferita come avviene quando si perde un vero amico, di quelli su cui si può sempre contare. Di quelli che ti sanno leggere nell'animo e che con poche parole, mirate e senza retorica, ti sanno indicare la via da percorrere per andare avanti. Per cercare di non cadere più. Con Don Ersilio Tonini scompare una delle figure più schiette, trasparenti e fraternamente vicine ai deboli e agli umili che la chiesa italiana, e non solo italiana, abbia conosciuto in questi ultimi tempi.
Quando fu realizzata questa intervista ancora non c'era Papa Francesco, infatti di lui qui non si parla, sono certa, però, che al Cardinale Tonini piacesse tanto questo nuovo Pontefice. Tra i due religiosi colgo parecchie similitudini. E' anche per questo che mi piace immaginare il nostro Monsignore intento a proteggere da lassù (dal Paradiso, dove di sicuro ora si trova), Francisco, ispirandogli tanto amore e tante buone azioni a favore degli “ultimi”, così come, con estrema generosità, lui stesso fece nel corso della sua vita. 

INTERVISTA AL CARDINALE ERSILO TONINI
realizzata il 20 luglio 2011 nella Casa di accoglienza Santa Teresa a Ravenna

di Marilena Spataro



E' il grande vecchio della chiesa cattolica, il più anziano cardinale vivente. In questi giorni Monsignor Ersilio Tonini compie novantasette anni, è nato, infatti, il 20 luglio del 1914 in un paese dell'alta Emilia, a Centovera di Sangiorgio Piacentino. Arcivescovo di Ravenna (di cui è tuttora Cardinale-Arcivescovo emerito) dal '75 al '90, è rimasto a vivere in questa città, ospite, con tanti altri sacerdoti in “pensione””, dell'istituto d'accoglienza Santa Teresa. Nel corso della sua vita, durante la quale ha assistito ai più importanti eventi che hanno segnato la storia e la società del XX e del XXI, egli non si è mai tirato indietro nel dire la sua. Lo ha fatto, e continua farlo, senza troppi condizionamenti e tanto meno pregiudizi, sempre, però, con la benevolenza e con l'equilibrio della guida spirituale, oltre che con l'apertura mentale e la libertà di pensiero dell'autentico giornalista (è stato prima direttore di Avvenire e poi amministratore delegato della Nei, la società editrice del quotidiano cattolico) e con la verve critica e l'acume dell'opinionista televisivo. In questa ultima veste, Monsignor Tonini, ha riscosso un tale successo da diventare una delle figure mediatiche più famose e popolari del mondo cattolico, basta pensare al consenso ottenuto nel '91 quando insieme a Enzo Biagi animò la trasmissione televisiva ““I dieci Comandamenti””, giudicata dalla stessa Chiesa quale “esempio straordinario di moderna catechesi che si avvale del mezzo e del linguaggio televisivo”. A sostenerlo nel suo eclettico viaggio esistenziale, un'incrollabile fede e un'insaziabile sete di conoscenza. “Avevo cinque anni quando, percependo che la mia vita l'avrei voluta dedicare a Dio, comunicai ai miei genitori questo mio desiderio di diventare sacerdote” ricorda il cardinale. Che racconta come già allora, alla sua forte vocazione religiosa corrispondeva un'altrettanta vocazione verso lo studio e la cultura: “alla stessa età imparai a leggere alla perfezione. Pur essendo un contadino, mio padre sapeva leggere e scrivere benissimo, e, avendo capito quanto in me fosse forte la volontà di sapere, mi diede lezioni””. Queste coordinate, insieme a una straordinaria sensibilità umana, fatta di attenzione per i poveri e per i diseredati, guideranno il pensiero e l'azione dell'alto prelato durane tutto il suo sacerdozio, rendendolo, ieri come oggi, un punto di riferimento spirituale e culturale per migliaia di fedeli e di laici di tutte le nazionalità. L'amore per i più umili lo indurrà a schierarsi al loro fianco in varie occasioni, prendendo anche iniziative abbastanza insolite per una figura di così elevato rango della chiesa di Roma. Appena arrivato a Ravenna lascia il suo appartamento nel palazzo arcivescovile a un nucleo di tossicodipendenti, ritirandosi nell'istituto che tuttora lo ospita. Nell'87, invece, interviene pubblicamente condannando con parole dure l'abolizione prevista da un contratto del settore tessile della «domenica festiva», "simili iniziative distruggono la dignità stessa del lavoro" tuonò Tonini. Altro suo intervento che fece scalpore fu quello di condanna della regola del profitto senza limiti nell'economia, regola additata come la vera responsabile del tragico rogo della «Elisabetta Montanari», la nave incendiatasi nel porto di Ravenna con tredici persone a bordo. Sul finire degli anni '80, il cardinale lancia la campagna «Uma vaca para o Indio» che diverrà un emblema dell'impegno della chiesa a favore dei poveri del terzo mondo. Si trattò di una raccolta di fondi per l'acquisto di mandrie da far pascolare sulle terre degli indios Yanomani in Brasile. Secondo la legge di questo Paese tali terre non potevano esser loro tolte solo in presenza delle mandrie che vi pascolavano. L'iniziativa fu considerata di tale importanza da essere appoggiata persino da Papa Wojtyla che vi aderì con un suo personale e generoso contributo.

E' così, monsignor Tonini, difendendo il lavoro e le istanze della povera gente, che è riuscito a conquistare la fiducia dei cittadini di Ravenna, una città notoriamente laica, dalle forti radici repubblicane e anticlericali?

Fui mandato a Ravenna in un momento piuttosto critico, quando in effetti la tensione tra laici e cattolici era piuttosto alta. Quanto ho fatto e ho detto fin dal primo momento che ho messo piede in questa città, era il frutto delle mie più profonde convinzioni e del mio modo di vivere la fede. Lasciare le mie stanze dell'episcopio a chi ne aveva più bisogno di me è stato un gesto spontaneo, naturale, ma questo piacque molto ai revennati. In realtà io non ho mai amato troppo l'agiatezza, le confido che a volte facevo fatica a indossare persino un certo tipo di paramenti liturgici o ufficiali particolarmente vistosi. Sono figlio di contadini, di gente semplice e laboriosa, ricca, però, dei valori cristiani. Devo a loro l'aver imparato cosa significhi il rispetto verso l'altro e la carità. Mio padre era capo bifolco e dirigeva circa trenta famiglie di contadini che badavano al podere, ho sempre visto quanto rispetto avesse per i suoi sottoposti e per il loro lavoro. Per non parlare del rispetto che nutriva nei confronti di mia madre, sulla quale non l'ho sentito alzare mai nemmeno la voce. Ed è proprio questo stesso senso profondo del rispetto che ho ritrovato nei ravennati, gente assolutamente rispettosa di tutto e di tutti, che mi ha reso subito loro vicino. Ho apprezzato fin dall'inizio questo modo di essere e loro lo hanno capito, ricambiandomi con tanto amore. La volontà divina ha fatto il resto, aiutandomi a far venire, dopo quaranta anni, il Papa in questa terra. Non dimenticherò mai l'accoglienza sincera con cui i miei concittadini lo hanno ricevuto. E' stato qualcosa di cui sarò sempre grato ai ravennati. Devo molto a questa gente, ad essa mi sento profondamente legato, è per questo che ho deciso di non lasciarla nemmeno dopo le mie dimissioni da Arcivescovo. Loro hanno bisogno di me e io ho ancor più bisogno di loro e del loro sostegno”.

Nonostante le sue posizioni “originali”, a volte anche un po' fuori dal coro dell'ufficialità cattolica, lei ha sempre ottenuto il consenso dei vertici del vaticano e la stima incondizionata di tutti i suoi pontefici. Quale è stato il segreto che le ha permesso di ottenere questo risultato?

Vivere la fede con il cuore, supportandola con le ragioni della cultura e della conoscenza delle cose. Questo il segreto, se di segreto si può parlare. La fede e la cultura insieme hanno una forza straordinaria, dirompente, sono imbattibili. Mi sono manifestato così ai miei superiori come anche ai miei fedeli e loro hanno capito e mi hanno sostenuto. Perchè il mio modo di sentire era anche il loro. E' bastato saperlo comunicare”.

Oggi quali reputa essere i difetti e quali i pregi della nostra società?

Tutte le società di tutti i tempi hanno difetti da rimproverarsi e pregi da vantare. Non esiste la perfezione su questa terra, ciò non significa però che si debba rinunciare all'anelito di migliorare le condizioni di vita della società. Anzi. In tal senso oggi esistono possibilità grandiose. Basti pensare al progresso fatto dalla tecnologia e dalla scienza in questi ultimi tempi. Quello che occorre fare è utilizzarle in maniera intelligente e giusta, a favore, non contro l'uomo”.

C'è qualche aspetto del passato per il quale nutre rimpianto e che secondo lei occorre recuperare?

L'amore per la cultura. In questo momento c'è poca attenzione per questo aspetto, che, invece, è imprescindibile laddove si voglia che esista la civiltà. Le ragioni della cultura vincono sopra la violenza e quindi anche sulla guerra. Quando Orazio scrive “Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio” non fa altro che affermare questo principio, e cioè che la Grecia, conquistata dai Romani, conquistò a sua volta il feroce vincitore portando le arti nel Lazio agreste. La nostra civiltà occidentale affonda le sue radici nella cultura, quella ebraica e quella greca. Senza di queste non sarebbe esistiti né Roma, né tanto meno l'immenso patrimonio culturale, giuridico e artistico che questa ci ha lasciato; occorre ricordarlo, lavorando in tale direzione, specialmente in Italia, dove abbiamo una gioventù straordinaria che aspetta di essere valorizzata”.

Lei è stato anche insegnante e ha sempre rivolto uno sguardo di particolare attenzione ai giovani e agli studenti. Oggi nel nostro Paese molti di loro sembrano disorientati, soprattutto i più motivati allo studio e alla ricerca si sentono costretti ad andare all'estero per avere qualche chance di lavoro. Quale è la sua opinione al riguardo?

Non vedo aspetti di particolare negatività in questo desiderio di andare all'estero. Impadronirsi della cultura e della lingua degli altri popoli secondo me è un arricchimento. Quello che oggi occorre capire è che ormai le barriere dei vecchi Stati sono cadute. Viviamo in un villaggio globale dove la circolazione di idee e di saperi è essenziale per la crescita di tutti. Chiudersi nell'egoismo e nel patriottismo di una volta non ha senso. Se pensiamo a quante tragedie sono state consumate in nome di un'idea patriottica distorta, non possiamo non convenire che sia solo un bene la circolazione libera di persone, di conoscenze e anche di merci da un paese all'altro. Vedo poi che molti giovani scelgono l'Inghilterra come loro meta per lo studio, è questo va benissimo. Il mondo anglosassone e la Germania sono oggi gli eredi della nostra cultura occidentale. Il diffondersi della lingua inglese a livello internazionale, al posto di quella francese, un tempo la più parlata, ha coinciso con uno straordinario progresso dell'umanità. Dico questo anche per esperienza personale: aver conosciuto il tedesco mi ha dato fin da giovanissimo la possibilità di approfondire la grande cultura giuridica del mondo romano guardando oltre, verso la modernità. Parlare più lingue, poi, mi ha consentito di conoscere meglio i popoli e le loro culture, permettendomi, quando la Chiesa ne ha avuto bisogno, di rendermi utile rispetto ad alcune problematiche da risolvere con civiltà e popoli molto diversi dal nostro. Ovviamente le nostre istituzioni scolastiche, fin dalle elementari, devono essere in grado di formare gli allievi, preparandoli a trarre il massimo beneficio dalla loro esperienza di studio all'estero”.

Pensa che la nostra scuola così come è oggi sia in grado di assolvere a questo compito?

Innanzitutto tengo a precisare, che nella formazione di base, la scuola pubblica ha un ruolo di primaria importanza. Prima di entrare a undici anni in seminario, i miei studi li ho svolti nelle scuole pubbliche. E' stata un'esperienza di grande formazione, senza la quale non avrei potuto proseguire bene con gli altri studi. Devo molto ai miei insegnanti delle elementari, che continuo a considerare anche i miei primi maestri di vita. E' importante che le istituzioni e la politica si occupino della scuola nel modo più serio possibile. Ne va del futuro dei nostri giovani, ma anche di quello della nostra società”.

In questo ultimo decennio si è manifestata tra un sempre maggior numero di giovani, soprattutto tra le ragazze, del nostro paese, la tendenza a bruciare le tappe, inseguendo il successo e il denaro a tutti i costi, senza porsi tanti problemi morali. Molti opinionisti ritengono che il mezzo televisivo e i mass media in generale abbiano contribuito a dare una grossa spinta in tal senso. Più che il cardinale, come guarda a questo moderno fenomeno il giornalista Tonini?

Non mi pare si tratti di un fenomeno di ampia portata e nemmeno tanto nuovo. Sono stato parroco di Salsomaggiore. Le giovani che venivano lì per l'elezione di Miss Italia non erano poi tanto diverse da quelle di oggi. Tutte brave ragazze. La vanità è una componente del femminile quindi va capita, quello che non occorre fare è renderla l'unica componente della personalità. In questo il mondo adulto, soprattutto la scuola, gioca un ruolo importante al fine di evitare che questo accada. Quanto ai media, il limite di cui mi sembra oggi soffra l'informazione, è di aver in qualche modo perso il contatto con la realtà. Al tempo in cui facevo il giornalista, svolgere questo mestiere significava confrontarsi continuamente con la gente, aprendo dibattiti viso a viso sugli argomenti di maggiore attualità. A Piacenza utilizzavamo il teatro a tal fine, era sempre pieno di lettori che desideravano capire e dire la loro sui fatti, non assistere da spettatori, come, invece, si tende a fare con il pubblico in televisione. Ecco, la vera partecipazione della gente è quello che oggi manca nei media”.

Le recenti rivoluzioni in Nord Africa hanno accentuato il fenomeno delle emigrazioni di massa da questi territori verso Italia e Europa. La tentazione di alcuni governi europei è di chiudere le frontiere. Cosa ne pensa al riguardo, esiste a suo parere un modo per affrontare questa situazione senza dover calpestare i diritti di nessuno?

Innanzitutto c'è da dire che le recenti istanze di libertà emerse in questi paesi del Nord Africa vanno appoggiate, ovviamente con mezzi pacifici, non certo con la guerra. Siamo di fronte a una novità assoluta, a una opportunità di diffondere la democrazia nel mondo che non può che giovare a tutti, Occidente compreso. Accogliere gli immigrati significa cogliere questa opportunità; dando loro la possibilità di entrare a vivo contatto con la nostra cultura si aiuta la democrazia e la libertà nel mondo. Certo, occorre essere concreti nel far questo, predisponendo una serie di strutture efficienti e ospitali per l'accoglienza di tanta gente”.

C'è chi teme che integrando questi popoli, di cui la maggior parte appartiene al mondo islamico, l'Occidente possa correre per il futuro il rischio di perdere il primato della sua cultura e delle sue tradizioni religiose. Lei che ne pensa?

L'Islam non è riuscito a prevalere negli anni Mille quando era agguerrito e molto forte, figuriamoci oggi. La nostra cultura occidentale non è sradicabile nè dall'Islam nè da nessuno, inoltre non credo minimamente vi sia da parte dell'Islam alcuna intenzione di colonizzazione culturale o di altro tipo. Ringraziando Iddio i colonialismi sono finiti, da qualunque parte essi provengano e da qualunque interesse siano essi mossi. Nessuno si faccia illusioni in tal senso. E' un capitolo chiuso per tutti. Quello che deve prevalere nel nostro tempo è la cultura del rispetto reciproco. Il compito dell'Occidente è proprio quello di promuovere la cultura della tolleranza”.


Come vive oggi monsignor Ersilio Tonini?

Bene, accanto agli altri sacerdoti, ai malati e ai fedeli. Ogni mattina mi sveglio e, come mi ha insegnato mia madre, mi stupisco di esserci, di esistere, creatura di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza in un creato stupendo. Ogni uomo è a sua immagine e somiglianza e per questo, già solo per questo, dovrebbe essere felice e grato alla vita. E questa è una cosa grande, enorme, di cui dovremmo essere tutti consapevoli per condurre un'esistenza piena e serena. Il giorno in cui ogni uomo capirà l'immenso dono che è la vita, allora vivremo in pace”.








domenica 10 marzo 2013

Laughing Man Post: La caccia al Grillo dei media italiani

Laughing Man Post: La caccia al Grillo dei media italiani: Gli scriba di regime si indignano perché Grillo si concede solo alla stampa estera. Molti italiani si meravigliano dell’atteggiamento di chi...

lunedì 4 marzo 2013

mercoledì 20 febbraio 2013

domenica 12 agosto 2012

Sant'AgataInComune-News Eventi & Commenti dalla Bassa Romagna

SANT'AGATA | L'assessore Geminiani lascia la giunta comunale

Con le recenti dimissioni di Alessandra Geminiani, assessore alle Politiche giovanili e cultura del Comune di Sant'Agata sul Santerno, a amministrare il paese sono rimasti in due: il sindaco Luigi Antonio Amadei e Lilia Borghi, assessore alle Politiche sociali e, da circa un mese, vicesindaco. 
E è in seguito a quest'ultimo incarico conferito alla Borghi dal primo cittadino che la Geminiani ha maturato il proposito di dimettersi. «Lascio il mio posto in giunta e in consiglio comunale in segno di protesta rispetto alle modalità e alle motivazioni con cui Amadei ha giustificato questa nomina. Reputo che con ciò il mandato conferitomi democraticamente dai cittadini, nei cui confronti mi sono impegnata a agire sempre con trasparenza e onestà di intenti, sia stato tradito, per cui continuare non avrebbe senso» spiega con amarezza l'ex assessore. Che si sfoga: «il primo aspetto che contesto è che a fare il vicesindaco sia stata chiamata una persona che non è espressione della volontà popolare, la qual cosa dal punto di vista democratico è inaccettabile. Lilia Borghi non fa parte del consiglio comunale, ma è un'esterna chiamata in giunta dal sindaco. In una logica di democrazia l'incarico in questione sarebbe dovuto andare a me, ed è quanto mi aspettavo. Altro lato della vicenda che non solo non mi convince per niente, ma anzi mi offende come persona e come professionista, è la motivazione del sindaco sulla sua scelta. A suo dire, l'attuale assessore alle Politiche sociali sarebbe in grado di svolgere meglio degli altri il compito di vicesindaco in quanto in possesso di un diploma da ragioniera. Io, ex insegnante e con un diploma magistrale, invece, non avrei i necessari requisiti». Posta così, la questione è apparsa alla Geminiani improntata a toni troppo personali: «Mi sono sentita presa in giro e profondamente offesa nella mia intelligenza. Mi chiedo solo cosa c'entrino con la politica i titoli scolastici. Non mi risulta che la nostra Costituzione contenga disposizioni in tal senso». «In questi due anni - sottolinea l'ex assessore alle Politiche giovanili e cultura - ho messo a disposizione del mio incarico il meglio della mia esperienza umana e professionale, compresa quella acquisita in tanti anni da imprenditrice della moda. Ho cercato, attraverso una serie di iniziative culturali e sociali, particolarmente in ambito scolastico, di dare il mio contributo per la crescita della nostra società, dei nostri giovani e della nostra cittadina, che dopo una lunga assenza, ho trovato, rientrando, ammodernata e rivolta al futuro. Mi sono affiancata da amministratore a questo percorso di crescita, lavorando sodo e portando ulteriori ventate di aria nuova, cercando sempre di coinvolgere il maggior numero di persone possibili, lontano da logiche di schieramento politico o di qualunque altro genere, il che mi ha fruttato apprezzamenti e consensi bipartisan». Pur riconoscendo agli attuali amministratori il merito di non aver mai interferito con il suo assessorato e di averla lasciata agire in piena autonomia, la Geminani ribadisce «Lascio il Comune, anche se lo faccio con dispiacere. Il gesto è dovuto in ossequio ai valori della democrazia che mai devono essere travalicati, nemmeno dal più bravo degli amministratori. Quanto all'impegno a favore del mio paese intendo continuare sulla strada intrapresa, operando da semplice cittadina».
04/10/2012 - pubblicato da: Marilena Spataro
NB: Questo mio articolo è stato pubblicato su Settesere (settimanale cartaceo e online della Provincia di Ravenna) con cui collaboro da circa un anno. Tutti i diritti sono perciò riservati

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RAGAZZI DELLE MEDIE DI S.AGATA VANNO IN FRANCIA. VISITERANNO I 5 PAESI "AMICI" DEL LIMOUSIN


di Marilena Spataro







PATTO D'AMICIZIA. L'abbraccio tra il Sindaco di S. Agata, Luigi Antonio Amadei, e Bernard Dumond della delegazione di Sindaci francesi ospiti lo scorso anno della cittadina bassoromagnola







C'è fermento tra i ragazzi delle scuole medie di S.Agata sul Santerno in questi giorni. Diciannove di loro partiranno il 16 agosto alla volta del Limousin, in Francia. Accompagnati da due insegnanti, di francese e d'arte, e dagli assessori comunali, Alessandra Geminiani e Lilia Borghi, vi soggiorneranno fino la 20 agosto, visitando Royeres, Eybouleuf, La Genetouze, Saint Denis des Murs, paesi con cui lo scorso anno il Comune di S. Agata ha stretto un Patto di amicizia. «La prospettiva è di un futuro gemellaggio, per ora desideriamo conoscerci meglio, come nei migliori fidanzamenti - spiega con simpatia l'assessore alle politiche giovanili e cultura, Alessandra Geminiani, anima di questo progetto -. Chi meglio dei giovani, guidati dalle giuste figure professionali, è in grado di capire e assimilare i valori delle altre culture e società europee? Di quell'Europa, di cui loro, più di ogni altro, sono i nuovi cittadini». I ragazzi visiteranno i luoghi naturalistici, monumentali, artistici delle cittadine amiche e le aziende più significative per l'economia di quei territori, a partire dai laboratori delle famose porcellane di Limoges e dagli allevamenti dell'altrettanto famosa razza di mucche bovine limousine. Le loro “guide” li sproneranno a approfondire le varie caratteristiche di questa parte di territorio francese, un suggestivo e lussureggiante altopiano, e delle sue produzioni, in comparazione con le peculiarità territoriali e produttive dell'area bassoromagnola. In occasione della visita a un antico mulino a acqua, dove tuttora funziona una cartiera, i giovani santagatesi potranno realizzare con le proprie mani un piccolo cartiglio da portare a casa in ricordo di questo loro viaggio in Francia e dei loro nuovi amici francesi.

lunedì 10 ottobre 2011

Edizione 2011 di Ravenna Festival. Intervista a Cristina Muti Mazzavillani

di Marilena Spataro



Da Signora del Ravenna Festival a nonna?


Sopra, Cristina Muti Mazzavillani



Conosciuta in tutto il mondo per essere stata capitale dell'Impero romano di Occidente, della cui grandezza tuttora sono viva testimonianza imponenti opere architettoniche, monumentali e musive di elevato valore artistico ed estetico, Ravenna ha continuato per secoli a essere quella “città assorta e monastica, nebbiosa necropoli stillante accidia e malinconia che ha serbato anche nell'età delle automobili e della televisione” descritta da Indro Montanelli, nel IV volume della sua Storia d'Italia. A scuoterla da questo antico torpore, sfidando il carattere diffidente e lo spirito di conservazione dei ravennati, ci ha pensato una donna, anche lei ravennate, ma, con in più, rispetto ai suoi concittadini, nelle vene una passione incontenibile per la musica colta, tant'è che per anni ha tenuto concerti di successo come cantante di Lieder, e nel cuore, un grandissimo amore per Riccardo Muti, tra i più apprezzati direttori di orchestra viventi, di cui Cristina Mazzavillani è diventata nel '69 la moglie. E' a lei e al suo costante impegno per favorire e diffondere la cultura nella sua città che si deve il Ravenna Festival, una rassegna dedicata alla musica e alle arti performative che vede da ben ventidueanni l'ex capitale dell'impero e il suo territorio al centro di una serie di qualificatissimi eventi di livello internazionale di cui due dislocati, durante le giornate de “Le Vie dell'amicizia”, in una città italiana e in una straniera, quest'ultima scelta sulla base di principi di cooperazione e di fratellanza tra popoli e culture diversi. Le due città scelte per l'edizione 2011 sono state Piacenza e Nairobi.

Quando iniziò Ravenna Festival, immaginava che avrebbe avuto tanto successo?

Non solo non lo pensavo, ma ero decisa a rifiutare l'invito dell'allora sindaco di Ravenna che mi chiedeva di creare qualcosa di importante per la nostra città: mi sentivo inadeguata, inoltre avevo già tre figli e un marito impegnativo come Riccardo Muti da seguire. Dopo il matrimonio avevo abbandonato persino il canto per seguire la mia famiglia. Ritenevo, perciò, di non avere né il tempo né le capacità per dedicarmi a questa avventura. Fu Benigno Zaccagnini che al tempo mi convinse ad accettare in nome del bene della città. E oggi, visto come sono andate le cose, forse un po' tutti abbiamo nei suoi confronti un debito di gratitudine”.

E Riccardo Muti che ruolo ha avuto nel determinare il successo del Festival?

Ammetto che io ho fatto la mia parte, lavorando con impegno e tenacia al progetto, ma è stato il nome di mio marito a consentirmi di dialogare con tutti i grandi della musica mondiale. Grazie a lui tutte le porte dell'arte si sono aperte permettendomi di far arrivare a Ravenna fin dal principio ospiti di primo piano che certo non si sarebbero spesi tanto facilmente. Paradossalmente, sono stati loro a fare da vetrina al Ravenna Festival, non il contrario”.

Come è stato agli esordi il rapporto con la sua città?

All'inizio è stata dura perchè da parte della gente c'era molta diffidenza, cosa che io da ravennate e romagnola capisco benissimo. Noi siamo così, più che alle parole badiamo ai fatti. Per cui prima sono stata messa alla prova. Appena tutti hanno potuto toccare con mano i risultati del mio impegno, allora le riserve sono cadute. Da parte mia c'è stato un lungo e sottile lavoro per coinvolgere i vari ambienti cittadini, soprattutto quelli legati ai giovani. Qui ho trovato un mondo sommerso fatto di grande creatività e di talenti nascosti che, perciò, andavano valorizzati. Questo festival può e deve essere una opportunità per la crescita di tutta la società ravennate e non solo una manifestazione artistica e di spettacolo”.

Qual è il legame che intercorre tra questo festival e il territorio ravennate che ogni anno lo ospita?
E' un legame strettissimo. Ravenna è una città particolare che da sempre guarda verso oriente. E' stata capitale di un impero, i suoi monumenti, il suo tessuto urbano, le sue opere d'arte e la sua società parlano di questa storia e lo fanno in una lingua tutta propria e originale. Avendo vissuto per moltissimi anni fuori dalla mia città, ho dovuto fare una lunga full immersion per riprendere contatto con tutte queste specificità che la caratterizzano. Nel far questo mi sono confrontata con il territorio sotto vari aspetti, quello delle tradizioni, della collocazione geografica e anche del suo ambiente naturale. Tutto questo lavoro fatto a monte mi sembra che oggi traspaia chiaramente dagli spettacoli e dagli eventi che organizziamo per il festival”.

Ravenna si è candidata a Capitale europea della cultura per il 2019. Ospitare una manifestazione di livello internazionale come il Ravenna Festival può contribuire a favorire questa candidatura?
Di certo la presenza di Ravenna Festival può costituire una buona leva in tal senso, ma non basta. Per diventare capitale della cultura occorre altro. E' necessario lavorare per creare delle strutture che possano ospitare un così importante appuntamento, realizzando opere capaci di dare un volto nuovo alla città dalla forte valenza culturale, il che significa predisporre un piano cittadino che investa anche l'aspetto urbano. Ma, di tutto questo ad oggi, e purtroppo, io non ne vedo traccia. E non so nemmeno se ci sarà più tempo per farlo. Secondo me la città dovrebbe essere ripensata in una architettura armoniosa e integrata del territorio, dove il mare e il porto abbiano un ruolo di primo piano”.

La crisi economica di questi ultimi ha toccato inesorabilmente anche Ravenna. A suo parere puntare su grandi eventi che valorizzino il patrimonio artistico e culturale cittadino, può costituire una risorsa da spendere a favore della crescita economica del territorio?
Si, certo. Ma solo una delle tante carte da spendere e, comunque, mai da sola. Penso, infatti, che debbano essere la politica e l'economia ad aiutare la cultura, non il contrario. Quello che manca oggi, e su cui occorrerebbe muoversi, è avviare nel nostro Paese delle politiche della cultura che siano efficaci. Politica, economia e cultura sono aspetti che nella nostra società si intrecciano continuamente, solo se tra loro si crea sinergia si potrà davvero ottenere una crescita a tutti i livelli, quindi anche dell'economia”:


Qual è la valenza culturale e sociale che si è voluta attribuire a “Le Vie dell'amicizia”?

Il valore di questo progetto avviato dieci anni fa è quello di rispondere alle chiamate di popoli molto diversi dal nostro per tradizioni e culture. Noi desideriamo farli conoscere e dialogare con loro per costruire un ponte di pace e di solidarietà. Per questo organizziamo spettacoli e iniziative comuni. Il risultato del nostro impegno è che oggi sono questi stessi popoli a chiamarci. E noi cerchiamo di rispondere alla loro chiamata al meglio delle nostre forze. Siamo stati con questa manifestazione a Beirut, a Serajevo e in tante altre località particolarmente “calde” del mondo. Dove andiamo vogliamo lasciare un dono, a Beirut è nata, ad esempio, una scuola di mosaico collegata a quella di Ravenna. Laddove non riusciamo a lasciare qualcosa di materialmente tangibile e utile, comunque, lasciamo sempre il nostro abbraccio e la nostra amicizia”.


Di questo progetto si può dire che abbia più una maternità, la sua, o una paternità, quella di suo marito?
La maternità è mia, lo riconosco, ma sarebbe stata sterile se non ci fosse stata una paternità così pronta e feconda come quella di mio marito. Entrambi teniamo molto e siamo molto fieri di questo evento collegato al Ravenna Festival. Nonostante i grandi sacrifici che stiamo affrontando a causa dell'attuale crisi economica per mantenerlo ad alti livelli, non intendiamo mollare. Le Vie dell'amicizia sono una strada che secondo me è benedetta, una strada che va e che ritorna, è per questo che si deve continuare a percorrerla senza mai farsi scoraggiare. Rispetto a questa manifestazione si può affermare che Ravenna è la città che oggi più di ogni altra al mondo a chiamata risponde, il che la pone meritatamente al centro dell'attenzione internazionale”.



Una vita di successo e ricca di soddisfazioni a tutti i livelli, la sua. C'è ancora qualcosa che desidera in modo particolare per sé, per la sua famiglia e per la sua città?
Per quanto riguarda la mia città desidero che continui a crescere e a prosperare in un'ottica di fratellanza e di cooperazione mondiale. Personalmente desidero ritirarmi a vita privata per stare accanto ai miei familiari, soprattutto ai miei nipoti. Gli impegni pubblici mi hanno, spesso, impedito di essere vicina ai miei figli. Non voglio che questo accada con i miei nipoti. Per noi romagnoli la figura dei nonni è molto importante, il loro esempio ci guida nel corso della vita. Ravenna Festival ha delle fondamenta molto solide e gode di uno staff di persone straordinarie che sono in grado di continuare benissimo lungo il percorso da me tracciato. La mia attenzione nei confronti di questa manifestazione non verrà mai meno, ci sarò sempre, ma lontano dai riflettori”.


martedì 20 settembre 2011

Il sogno del mago - Mostra di scultura di Mario Zanoni



ALEF

Libreria esoterica Galleria d’Arte

Con il Patrocinio del Comune di Ravenna

Ha il piacere d’invitarLa


Inaugurazione Mostra di Scultura

Opere di
Mario Zanoni

Il sogno del Mago”

Sabato 24 Settembre 2011 dalle ore 18
(Buffet)



Dal 24 Sett. Al 31 Ottob. 2011
Via Ravegnana 146/a Ravenna
Orari: dalle 10-12.30/ 16.30-20
Chiuso il lunedì. tel.0544.401645 - 3483666968





martedì 14 giugno 2011

INTERVISTA A GIAN VITTORIO BALDI




Il genio della Nouvelle Vague italiana che ama la Romagna

     di Marilena Spataro


Nato a Bologna, ottant'anni fa, Gian Vittorio Baldi è il primo artista italiano ad aver capito la lezione della Nouvelle Vague e ad averla sperimentata da noi.
E' anche colui che per primo nel Dopoguerra ha utilizzatoin Italia la presa diretta in tutte le sue potenzialità, conferendo a questa tecnica la dignità di formidabile mezzo espressivo. Ed è ancora il produttore coraggioso che ha realizzato pellicole difficili firmate da personaggi del calibro di un Godard, di un Bresson e di un Pasolini. Mai, come per questo artista, il detto “nessuno è profeta in patria” suona veritiero. Essere un outsider, e per giunta lungimirante, non ha certo giovato alla sua carriera, i maggiori riconoscimenti come regista Baldi li ha ottenuti, e continua a ottenerli, all'estero. Anche se in patria gli hanno conferito, quando era giovanissimo, due Leoni d’Oro per il cortometraggio al Festival del cinema di Venezia, questo non basta a fare giustizia alla sua bravura e alle sue capacità artisitiche. Ciononostante, e al di là della sua non più giovane età, egli continua a essere presente sulla scena del cinema internazionale, soprattutto come maestro che viaggia per il mondo insegnando agli studenti di regia, con il racconto della sua esperienza da cineasta e produttore, una visione originalissima, e diversa da quella usuale, del cinema, che si pone in un continuo confronto con le più avanzate tecnologie esistenti e con quelle del futuro. Durante le pause di lavoro da anni Baldi va “in ritiro” nella sua suggestiva casetta in pietra immersa nel verde collinare dell'Appennino romagnolo, tra Brisighella e Modigliana, e questo, nonostante a Roma possieda una splendida e, per il tempo in cui fu costruita, avveniristica villa sulla Flaminia, progettata da un giovanissimo studente di architettura il cui nome sarebbe divenuto da lì a qualche anno famoso: si trattava, infatti, di Paolo Portoghesi. “Credo di aver contribuito a mettere in evidenza il talento di quel giovane facendogli realizzare la mia dimora romana” afferma, con orgoglio, il regista.
Che nel raccontare i momenti più importanti della sua vita artistica e privata, traccia le linee essenziali lungo le quali scorre la storia del cinema.


Bolognese di nascita, prima milanese e poi romano di adozione e, fin da giovane, sempre in giro per il mondo. Perchè Gian Vittorio Baldi ha scelto di vivere in Romagna e proprio in quella sua parte più “selvaggia”, genuina e maggiormente refrattaria alla modernità?
Ho sentito il bisogno di tornare sui passi dei miei antenati che erano fabbri a Brisighella oltre mille anni fa e che sono sepolti nel piccolo cimitero accanto alla Pieve del Thò. Oltre al richiamo degli avi, c’è anche un altro motivo che mi ha spinto a vivere in Romagna, ed è il ricordo, toccante e sempre vivo nella mia memoria, di me adolescente a Lugo, dove ho trascorso da sfollato i due ultimi anni della Seconda guerra mondiale. E’ stato un periodo di enormi difficoltà: la fame, la miseria più assoluta, la guerra. Ma anche un tempo di grande formazione, dove a fare da contrappeso a questi affanni c’erano i sentimenti di umanità e di solidarietà della gente del luogo. In realtà mi sento molto legato a tutta
l' Emilia Romagna, tantissimi anni fa ho persino voluto sperimentare la bontà della sua terra fondando un’azienda viti vinicola, che oggi ha la sede e i vigneti a Modigliana. Un'azienda che permise in tempi lontani a questa regione di ottenere il primo riconoscimento di certificazione di qualità”.

Nel 2005 lei ha donato una parte del suo prezioso archivio legato alla storia del cinema italiano e straniero alla biblioteca comunale di Lugo di Romagna. Un gesto di riconoscenza per l'ospitalità ricevuta da ragazzo?
Sì. Per affetto e per gratitudine verso questa cittadina che porto sempre nel cuore. L’opportunità di creare il fondo alla Trisi è nata dall’incontro con l’ex direttore Igino Poggiali. Si tratta di quasi quattromila libri, di una mole cospicua di materiale cartaceo e di audiovisivi. E’ una testimonianza importante della mia vita artistica e familiare, anche quella più intima, e della storia del cinema italiano e mondiale del '900. Vorrei che l’archivio venisse aperto a tutti al più presto, specialmente ai giovani, e anche che ogni tanto si tenessero a Lugo delle proiezione dei miei film”.

Il suo modo di fare cinema e la sua poetica affondano le loro radici nelle atmosfere da lei vissute da ragazzo nella Bassa Romagna?
Il paesaggio, la gente, la situazione politico sociale, tutto un ambiente e dei momenti particolari che ho vissuto nella Seconda guerra mondiale in questa parte di Romagna, hanno influenzato fortemente la mia poetica. Le esperienze dell’adolescenza sono quelle che ti rimangono dentro”.

Quali i registi dell’Emilia Romagna che sente più affini?
Con Michelangelo Antonioni ho cercato di fare, una volta uscito dall’Università, da aiuto regista, assistente, manovale, ma non ci sono riuscito. Siamo diventati amici anni dopo. Per me è stato un inarrivabile artista e grande maestro. Con Federico Fellini esisteva un bellissimo rapporto, mi chiamava il mio “baldone”. La sua esperienza era, però, lontanissima dalla mia; lui era un grande caricaturista, bravissimo disegnatore con una geniale fantasia macchiettistica e battutistica e si appoggiava ad autori del calibro di Ennio Flaiano o del mio amico Tonino Guerra, io, invece, credo nel cinema dell’autore, quello che fa tutto da sé, come uno scultore o un pittore”.

Da cosa nasce la sua passione per il cinema?
A Milano, un mio fratello che lavorava per il Sole24ore come critico cinematografico, mi diede la possibilità di andare al cinema al posto suo. Eravamo da poco arrivati dalla Romagna e andare a vedere i film americani e il musical gratis, a 15 anni, appena usciti dalla guerra, non poteva che essere entusiasmante. Così divenni io stesso il critico. Da lì decisi di frequentare regia all’Università di Roma, una volta laureatomi cominciai a lavorare con la televisione francese, poi con quella italiana; infine mi staccai, diventando regista e produttore autonomo”.

Come avviene il suo passaggio dal mondo della regia a quello della produzione cinematografica?
Esistevano dei talenti che non riuscivano a trovare il modo di esprimersi perché il mercato li condizionava, allora io mi sono detto che dovevo aiutarli, facendo il produttore”.

Cosa ne pensa del cinema italiano di oggi?
Che è un disastro, con le sole eccezioni di Marco Bellocchio e di Paolo Sorrentino, due autori straordinari. Per il cinema, come lo intendevamo noi, non esiste più futuro nè in Italia nè nel mondo. Oggi c’è l’immagine in movimento, nelle sue mille trasformazioni e possibilità, dal videogioco al film sul web. La mia prossima opera intendo produrla così. E’ questo il futuro. Il che significa la fine dei circuiti cinematografici e la morte di migliaia di sale, ne rimarranno una o due per città, come per il teatro lirico”.

Non prova un po’ di rimpianto?
Già 50 anni fa affermavo che i film si sarebbero venduti in video cassette in edicola e che il cinema si sarebbe evoluto con le nuove tecnologie; allora questa sembrava un’eresia, ma poi è accaduto. E’ per queste mie tesi, più che per le mie produzioni e per le mie opere, che mi chiamano in tutto il mondo. Lo scorso anno ho tenuto lezioni agli studenti anche in Cina e in India. Quanto al cinema del '900, questo rimarrà come una memoria storica straordinaria, me se si pensa cosa bisognava affrontare per fare un film, cioè una serie di passaggi lunghissimi più una serie di condizionamenti, altrimenti incappavi nella censura, come è stato nel '59 per il mio “Luciano”, dove già affrontavo il tema della pedofilia dei preti, o per il film di Pasolini, “Porcile”, ritengo sia meglio così. Prima o poi tutto cambia: alla carrozza a cavalli è subentrata l’automobile, alla macchina da presa tradizionale i nuovi mezzi tecnologici. Non vedo niente di male in tutto ciò, anzi, potrebbe trattarsi di una grande occasione di libertà”.


In apertura di pagina, Gian Vittorio Baldi con il regista Pier Paolo Pasolini. Qui sopra nella sua azienda viti - vinicola mentre osserva soddisfatto un tralcio delle sue viti 



Accanto, la villa a Roma di Baldi progettata dal famoso architetto Paolo Portoghesi quando ancora era studente 

lunedì 25 aprile 2011

INTERVISTA A MARIO ZANONI (inedita)


Pan, scultura in terracotta dipinta



Lo scultore che narra le 'origini'
dando forma al mito

di Marilena Spataro




E' arrivato alla scultura a quasi quarant'anni. Non se ne è più distaccato. A familiarizzare con l'arte, Mario Zanoni ha cominciato che era giovanissimo, prima come musicista in una band che faceva il rock, un genere musicale che andava per la maggiore negli anni '60-'70, poi come coreografo e attore nel teatro sperimentale. Ma tutto questo, probabilmente, non gli bastava. La sua vena creativa aveva bisogno di spaziare trovando forme espressive altre, forme che fossero più aderenti alla sua indole di artigiano, di maestro del fare più che di interprete di lavori altrui. Questo sentire profondo lo ha portato a esplorare campi artistici a lui ignoti, facendolo, infine, felicemente approdare nel mondo delle arti figurative. “La musica non ha forma perché è un’emozione. Fare musica per il teatro mi avvicinò alla forma mantenendomi al contempo vicino al ritmo. E' così che ho capito che la scultura deve danzare o anticipare il movimento o mantenerlo segreto, facendolo, però, percepire: l’opera, anche se di pietra, non deve essere ‘pietrificata’” spiega lo stesso artista. Che qui svela il percorso lungo il quale si snodano le tappe dell'anima prima di arrivare a dare forma artistica all'idea.




Fin dal suo esordio come scultore, lei è stato considerato dalla critica un gotico. Si riconosce in questa lettura?

Nell’intervista l’intervistato è costretto ad intervistare se stesso. Ne scaturisce una verità per l’intervistatore ed una per se stessi. Quindi, due menzogne? No, due verità creativamente diverse.
La mente non segue il percorso del navigatore satellitare, esce spesso dalla via maestra per
curiosare tra i sentieri nascosti, la classicità nell’arte è la via maestra, io esploro sentieri aspri e sconosciuti camminando all’indietro, racconto le mie visioni da naufrago della civiltà industriale
terrorizzato dal cosiddetto ‘progresso’. Le mani modellano la terra alzandola verso il cielo in una tensione eternamente inappagata poiché spirito e materia sono la stessa cosa. Essere definito gotico mi fa pensare all’artigiano del passato remoto che vorrei essere”.

 Dal punto di vista della poetica quali sono i suoi riferimenti storico - culturali?


“Se di poetica si dovesse trovar traccia nel mio lavoro non mi assumo responsabilità e penso di poter affermare che di fronte all’opera, poetica pittorica o musicale che sia, ciascuno è
unico nelle sue emozioni, questo non garantisce né l’autenticità e nemmeno l’originalità
dell’opera ma certamente verità del proprio sentire e manifestare”.

Nel corso della sua carriera artistica lei ha prediletto il lavoro in terracotta, ma non ha disdegnato di realizzare anche opere in bronzo, alcune delle quali monumentali. Quale la differenza nel lavorare con l'una piuttosto che con l'altra materia? A livello emotivo quale delle due la soddisfa di più?

Data l’idea, la materia segue il pensiero nelle sue forme, il materiale è un fattore tecnico. Emotivamente mi dà piacere modellare la cera d’api, si intenerisce col calore delle mani ed è quasi come plasmare la propria pelle, si può riscaldare in bocca, ha sapore di miele e profuma di fiori”.

Cosa la fa sentire più vicino all'universo, manipolare la terra o realizzare un lavoro da lei concepito in tutto, che, però, poi viene eseguito materialmente da altri, come in genere oggi accade con le opere in bronzo o in marmo?

Dell’universo faccio parte a tempo pieno, nella gioia e nel dolore e la morte non mi separerà: sicut erat in principio, ora et sempre in omnia secula seculorum. Per l’esecuzione dei lavori importanti nel rinascimento c’erano le ‘botteghe’ dove i maestri insegnavano e gli allievi apprendevano non solo pennello e scalpello ma anche una visione del mondo. Oggi nelle accademie dipingono sulle tele con la scopa e il mondo lo vedono in televisione digitale ad alta risoluzione ma bassa qualità”.


Quale è il momento più importante dal punto di vista dell'ispirazione di un'opera? Per lei e' più emozionante il momento creativo o quello della fase conclusiva, quando il lavoro le si presenta finito?

Non è una spinta razionale ciò che induce l’uomo alla manifestazione creativa, ma, secondo me, è sperimentare l’attitudine che l’uomo possiede, tra le tante, di dare corpo, usando materia e colore ai molti aspetti della sua immaginazione. E non saprei nemmeno motivare il mio sentire così intimo con questo antico mondo archetipo magico fiabesco, eterna rigenerazione di vita di morte dove tutto torna sempre uguale e sempre diverso e sempre misterioso per la nostra mente ostinatamente perduta nella ricerca del ‘significato’”.

Per essere artisti occorre possedere necessariamente una componente narcisistica?

La teoria romantica del ‘genio’ ha radici molto antiche, solo nel Rinascimento viene associata al concetto di creazione artistica. In sintesi, prima del Rinascimento il giudizio di valore per un’opera d’arte si basava sull’estetica della ‘mimesi’ , dell’imitazione della realtà. Dopo, la ‘mimesi’ viene sostituita dalla creazione, si passa da un’estetica oggettiva ad una estetica soggettiva. L’interesse si sposta dall’opera alla persona dell’artista che, come spesso accade, vuol essere ancora più protagonista del suo stesso lavoro”.


In questi ultimi anni lei ha aderito a una linea di pensiero che guarda al mondo dell'arte contemporanea con occhio critico. In sintesi, quali sono le coordinate estetiche e culturali cui fa riferimento questa "corrente" artistica?

Faccio parte di un gruppo di artisti che rifiutando progresso e modernità riporta alla luce il mondo arcano della tradizione simbolica e degli archetipi dimenticati ma sempre operanti nel profondo della natura umana. Rappresentare il mito che ci racconta l’origine. Archetipo è l’evento o il personaggio che per destino, forza spirituale o avventura nella tradizione diventa mito”.

Quale è la differenza che fa di un artista un intellettuale piuttosto che un artigiano?
Tra le due figure oggi quale è quella che prevale? Lei quale sente più congeniale al suo modo di fare arte?

Per Vasari il genio aveva bisogno di essere fecondato dal sapere e riconosciuto dal potere, come avveniva al tempo di Lorenzo de’ Medici, despota illuminato. Il problema delle arti figurative di oggi è di non essere più nel rinascimento ma nel totale rimbambimento, un certo signor Cattelan, per esempio, vende brutti bambocci di plastica per milioni di dollari. Oggi prevale il ‘performer’ per cui persino Sgarbi è un ‘artista’, ma il teatro è un’arte. Borges affermava: “io sono ciò che ho letto, non ciò che ho scritto”. Io mi nutro di passato remoto, camminando tra le altissime colonne della cattedrale che sembrano le cupe foreste del nord, respirando la penombra che sa d’incenso accendo una candela troppo fioca per illuminare quell’immensità, vorrei che questa fosse la mia casa. Come Gaudì che viveva nella ‘Sagrada Familia’”.


Lo scultore Mario Zanoni è nato a Lugo di Romagna nel 1946. Vive e lavora a Sant'Agata sul Santerno. Ha al suo attivo decine di mostre collettive e personali, di cui alcune tenutesi all'estero. Le sue opere fanno parte di prestigiose collezioni pubbliche e private. Suoi lavori monumentali in bronzo si trovano a Ravenna e a Lugo.


Totem 
Lo scultore Mario Zanoni in una foto di qualche anno fa, mentre lavora
al monumento in bronzo Sol Invictus




sabato 23 aprile 2011

INTERVISTA A GIAN RUGGERO MANZONI





 
Gian Ruggero Manzoni



Il più eclettico degli artisti dal "sangue romagnolo"

di Marilena Spataro


E' lo scrittore che più di ogni altro ha contribuito a tenere in vita la tradizione del romanzo epico italiano. Con la pubblicazione, lo scorso anno, di “Una Macchia nel sole” (Edizioni del Girasole) ha posto l'ultima pietra al suo fortunato ciclo di quattro romanzi ad ambientazione storica, inaugurato nel 1993 con l’uscita di “Caneserpente” (Ed. Il Saggiatore). L'epica per Gian Ruggero Manzoni non è solo un'invenzione letteraria, ma la vita. La sua vita, fatta di viaggi avventurosi e di esplorazione. Esplorazione che non si ferma al mondo della cultura e dell'arte, ma che si addentra nei fatti per scoprire i più profondi significati e segreti di tutto ciò che è umano e che è carne viva e sangue pulsante. Nato da famiglia comitale, nel 1957, a San Lorenzo di Lugo, in quell'angolo di Romagna valliva che è terra di confine tra la provincia di Ravenna e quella di Ferrara, carica, perciò, di echi e di rimandi di diversa natura e appartenenza storica e culturale, Manzoni si è trovato a poter respirare, fin dalla più tenera età, atmosfere e ambienti di grande stimolo poetico e letterario, il che ne ha assecondato l'innata vena artistica. Il padre, Giovanni Manzoni, anche lui scrittore e storico di fama, e il cugino Piero Manzoni, tra i pittori più noti delle avanguardie del secolo scorso, hanno, poi, contribuito, con il loro esempio, a dare al giovane familiare l'incoraggiamento necessario per proseguire sulla strada intrapresa. Una strada che imboccherà la via del successo, quando, nel 1980, a solo 23 anni, Gian Ruggero Manzoni, diventa un caso letterario, con “Pesta duro e vai trànquilo/ dizionario del linguaggio giovanile” scritto in collaborazione con Emilio Delmonte, un libro edito da Feltrinelli, tuttora presente in quasi tutte le biblioteche universitarie europee e statunitensi.
La fama raggiunta non sarà per Manzoni un punto di arrivo, ma solo un inizio. Seguiranno, negli anni, romanzi, raccolte di poesie, saggi, lavori pittorici. Una produzione ricchissima ed eclettica, perennemente protesa verso la scoperta di linguaggi artistici innovativi e personali. In una sfida con se stesso che ancora continua.

Qual è il filo conduttore attraverso cui la componente epica si integra con la componente storica nei suoi romanzi?

“E' la matrice storica degli stessi, cioè l’aver affrontato in queste quattro narrazioni, Caneserpente, Il morbo, La Banda della Croce e Una macchia nel sole, tre momenti epocali importantissimi, che molto mi stanno a cuore, riguardanti la storia moderna, cioè il periodo della Rivoluzione Francese, il nostro Risorgimento e la Seconda Guerra Mondiale, vista dalla parte dei vinti poi dei vincitori, quindi l’aver raccontato tramite essi imprese indubbiamente epiche, vissute da personaggi realmente esistiti i quali, spingendosi all’estremo, osando, senza esclusione di colpi, hanno dato vita a situazioni esistenziali d’azione condotte con grande coraggio e dedizione, seppure, a volte, risultanti di massima ed efferata spietatezza, ma pur sempre in nome di un ideale per il quale, detti personaggi, erano disposti anche a dare la vita”.

Il movente culturale e poetico che la spinge a muoversi sul terreno della narrazione epica, invece, qual è?

“Direi la ricerca del bello, del bel gesto, dell’essere pronti anche alla morte cercando, in tale sacrificio, di dare dignità a un’intera esistenza. Quindi alla commozione che da ciò sgorga. In effetti reputo l’esistenza umana null’altro che un continuo prepararsi alla morte, quindi ogni gesto in essa vissuto deve sempre contenere in sé una sorta di ritualità, di sacra liturgia, di ‘senso’, di profonda responsabilità, come poi, un tempo, in tale modo, si credeva sia in occidente sia in oriente. Quindi parlerei del mio fare in narrativa come di una perdurante sacralità epica, quindi non solo di epica; una sacralità rivolta al bello e, di conseguenza, anche all’etico, al richiamo etico”.

Solo alcuni decenni fa la critica letteraria considerava il romanzo in netto contrasto con il racconto epico. Cosa è cambiato da allora? E in quale misura il suo lavoro ha contribuito a questo ripensamento?

“Da allora sono crollate le ideologie e l’Occidente è in piena crisi d’identità, e non mi pare poco, in modo che il far ricordare da dove veniamo è diventato uno dei primi motivi del mio fare arte. Tramite l’indagare nella memoria, del singolo e collettiva, il favorire il ricordo, il rendere noto quali siano stati i processi storici che ci hanno portato alla situazione attuale sono divenuti tra i fattori portanti della mia creatività letteraria e non solo. Nel mio piccolo ho quindi ridato voce a una sorta di orgoglio dovuto a un’appartenenza, a una determinata cultura, a una tradizione, e ciò mi viene riconosciuto, essendo considerato tra quei pochi intellettuali italiani che ancora credono con emozione a una rinascita nazionale poggiante sul nostro sapere classico-umanistico e sull’esistenza dei tanti che hanno dato la vita al fine che l’Italia potesse considerarsi degna di fronte agli occhi del mondo”.

Oggi, quali sono gli elementi distintivi del genere epico rispetto agli altri generi letterari?

“La vita di chi scrive. Il come lo scrittore si sia speso e si spenda in vita. Coloro che dicono di scrivere con e di epica non hanno mai vissuto alcunché al di fuori delle quattro mura domestiche e delle tagliatelle che giornalmente prepara loro la mamma. Sono dei piccoli Salgari che hanno delegato altri ad agire o, meglio, a vivere al posto loro. Mai come ora arte e vita devono tornare a essere una cosa sola. Se non vivi epicamente non puoi scrivere di epica. Se non sei un sacerdote non puoi dire Messa. Io la vedo così. Ecco perché non credo ai teorizzatori della New Italian Epic. Ecco perché sorrido quando i Wu Ming, Carlo Lucarelli, Antonio Scurati, Giancarlo De Cataldo e compari la raccontano, dicendosi dei porta bandiera. Mi dispiace per loro ma non sono credibili. Mai sono scesi in campo, mai sono stati sfiorati dalle pallottole o si sono scazzottati con dei malesi sulle banchine di un porto. Poi perché non: Nuova Epica Italiana? Perché sempre in inglese queste definizioni?”.

Perché Gian Ruggero Manzoni scrittore predilige il romanzo storico? E come mai, in una narrazione di ampissimo respiro culturale e geografico, i personaggi vengono puntualmente ricondotti, in un modo o nell’altro, alla terra di Romagna?

“Perché credo alla storia come Magistra vitae e perché sono un assertore del Genius loci. In primo luogo sono romagnolo della Bassa, poi italiano, quindi europeo. La geografia è importantissima per definire una poetica riconoscibile. Infine siamo, tutti, risultanze di una terra di appartenenza e di quegli usi e costumi. Di quel clima. Di quel carattere”.

Come ha detto, lei è romagnolo, seppure il suo continuo viaggiare e a volte il vivere lontano dalla sua terra anche per anni, comunque, puntualmente, lei sceglie di ritornare alle sue origini. Qual è il senso profondo di questa scelta?

“Il Sangue Romagnolo, come scrisse Edmondo De Amicis nel suo bellissimo e struggente libro Cuore. E non scherzo nel dirlo, badi bene. Libro che va ripreso in toto”.

Quanto, a suo parere, in una società sempre più globalizzata, anche dal punto di vista dell’espressione culturale e artistica, può avere valore mantenere il legame con le proprie radici?

“Le radici sono tutto. Chi non ha radice non esiste. Non è. Nessuna tradizione culturale presente al mondo ha mai negato l’importanza della radice, dalle costruzioni culturali più semplici a quelle più complesse, anzi, lo spirito di appartenenza è sempre stato esaltato. Comunque ogni uomo ha una sua radice, anche i popoli nomadi l’hanno, appunto il nomadismo, così scriveva Spengler. Noi si è come un albero, per usare un’immagine zen. Abbiamo le radici in terra e la chioma sono le nostre radici in cielo, mentre il fusto serve al fine di congiungere il micro al macro, una parte al tutto, all’Assoluto”.

Pensa che il romanzo e la letteratura a tutt’oggi siano investiti di una qualche funzione sociale ed etica, o le coordinate cui fare riferimento ormai sono altre?

“Io scrivo tenendo sempre presente il sociale e il senso etico, nonché il piacere estetico, così come già le ho detto. Che altro esiste al di là di questi elementi? Forse lo sbandamento generale, la perdita di punti di riferimento, il vacuo, l’effimero, l’imbecillità che contraddistingue il genere umano? Sì, esistono, ma li lascio narrare ad altri. Ovviamente altri che poi non leggo. Sono molto stanco di tutto questo vuoto, di questo nulla d’accatto spacciato per sostanza, spacciato per cultura. Di queste storie minimali vendute come fossero l’Iliade o l’Odissea. Non sopporto questa mediocrità dilagante”.

Più volte lei ha sottolineato che la sua visione del mondo è imprescindibile da una visione estetica delle cose. Può spiegarci brevemente la portata di tale affermazione?

“In breve: se non si ha la capacità di riconoscere il bello e il sublime là dove prendono forma non si è. E per bello e sublime intendo anche il brutto ricercato e l’antisublime, che poi divengono, nelle mani dell’artefice, dell’artista, un bello e un sublime anch’essi, ad esempio leggi Celine oppure prendi un quadro di Bacon o una scultura di Giacometti”.

La sua Weltanshauung è in qualche modo riconducibile alle sue origini romagnole e alla sua formazione culturale giovanile? Quanto tutto ciò ha influenzato il suo linguaggio artistico e letterario?

“Totalmente. Il mio fare arte è una risultanza di quel che sono, di quello che sono stati mia madre e mio padre, i miei nonni, i miei avi e tutti coloro che in questa nostra geografia fisica e socio culturale hanno vissuto. Dicendo ciò non voglio assolutamente negare le matrici altre, anzi, reputo che solo conoscendo da dove si proviene si può imbastire un dialogo produttivo con un altro da te che sa altrettanto bene dal dove arriva. Ad esempio io capisco benissimo gli italiani del sud, i russi, gli islamici che sanno di esserlo, cioè che non hanno tradito il loro essere, i loro archetipi, le loro credenze, perché, da parte mia, mai ho tradito il mio essere. Da ciò scaturisce la mia curiosità nei confronti dell’altro. Da ciò nasce il piacere di conoscerlo sempre meglio”.

Oltre che scrittore e poeta, lei è anche pittore e critico d’arte, questa varietà di linguaggi e interessi culturali le conferisce una patente di intellettuale a tutto campo, dandole la possibilità di guardare alla realtà da un osservatorio privilegiato attraverso più angoli visuali. Alla luce di questo, qual è la sua lettura del mondo di oggi, soprattutto per quanto riguarda lo stato delle arti figurative e della letteratura? Qual è il loro futuro e cosa lei auspica in merito?

“Non sono ottimista. L’Europa e in particolare l’Italia stanno precipitando in caduta libera sotto infiniti punti di vista, e ciò si riflette pesantemente su ogni tipo di disciplina espressiva. La rivoluzione in atto, quella definita del Tecnologico Avanzato, sta velocemente segando le gambe a tutto ciò che è patrimonio ‘artigianale’. Le culture avanzanti non ci stanno dando tregua e noi non siamo in grado di tenere testa a quegli urti che stanno giungendo qui dai quattro angoli del pianeta. Si risponde o arroccandosi sterilmente oppure tramite un lassismo globalistico generalizzato. Non esiste una via di mezzo. Non si capisce che solo avendo coscienza, conoscenza di sé stessi si può dialogare con gli altri esseri umani. Qui abbiamo i soldi e la pancia ancora piena, ma sempre più manca la cultura, manca l’elevazione culturale per poi trasformare tale benessere in bello e in bene. Infine siamo ignoranti. Siamo ricchi, pingui e ignoranti, e ciò è l’anticamera della fine”.

Quanto ai suoi progetti, a cosa sta lavorando attualmente? E a quando il suo prossimo romanzo? E’ lecito chiederle di anticiparci qualcosa?

“Di recente è uscita la mia traduzione dell’Esodo biblico che ho fatto per l’editore Raffaelli di Rimini. Un lavoro che mi ha preso per oltre un anno. Una magnifica esperienza perché ho ficcato le mani in quello che è il libro per antonomasia da cui sgorga la nostra tradizione. Adesso, sempre per l'editore Raffaelli, sto traducendo la Genesi. E, a breve, dovrebbe uscire un mio nuovo romanzo in cui, appunto, tratto della storia della mia famiglia in relazione alla Romagna, dove poi la mia gens dimora da oltre cinquecento anni”.

Un dipinto di Gian Ruggero Manzoni