sabato 28 gennaio 2017

INTERVISTA A MARIO ZANONI SUL DIVIN "BESTIARIO" DI Marilena Spataro

https://www.corrierenazionale.it/2017/01/25/mario-zanoni-sculture-divina-commedia/



Corriere Nazionale

ARTENAZIONALE
L’artista Mario Zanoni racconta la genesi delle sue creature fantastiche, ispirate dalla Divina Commedia
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Lo scultore Mario Zanoni in compagnia del sindaco di Lugo Davide Ranalli
Lo scultore Mario Zanoni in compagnia del sindaco di Lugo Davide Ranalli
Giovedì, 26 Gennaio 2016, si conclude l’evento espositivo, inaugurato il 14 Gennaio scorso, presso gli spazi della Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti – “Casa di Dante” di Firenze, dedicato al ciclo di sculture (di cui molte inedite) del Divin “Bestiario”. Figure del fantastico animale e dell’immaginario nella Divina Commedia dello scultore romagnolo Mario Zanoni.
Il Divin “Bestiario” rappresenta un percorso iniziato da Zanoni nel 2015 in omaggio al Sommo poeta Dante Alighieri nel 750° anniversario della sua nascita.
Tale percorso si contraddistingue per essere una “riscrittura” in termini plastico-visivi della Divina Commedia attraverso una libera e personalissima interpretazione delle figure dantesche; esso rappresenta un unicum assoluto nell’ambito della scultura contemporanea, ciò, sia per quanto riguarda la vastità della collezione da un punto di vista numerico (attualmente oltre 35 sculture), sia, soprattutto, per l’interpretazione data alle figure dell’immaginario dantesco dall’artista romagnolo, un immaginario, che si caratterizza per una visionarietà alquanto estrosa, di stampo gotico medievale, come sottolinea il critico Alberto Gross nel testo che accompagna il catalogo del Divin “Bestiario”
«Se punto di partenza – scrive Gross- per questo ultimo ciclo di opere – “Il Divin Bestiario” – risulta il mondo della Commedia dantesca e la sua fauna variegata, difforme e deforme, l’artista tende tuttavia a procedere naturalmente per accumulo di suggestioni, stratificazioni e incastri che moltiplicano e riverberano ogni ipotesi di figura. In questo Zanoni può letteralmente definirsi un visionario: l’immagine non viene “veduta” ma “visionata”, tra sensazione e percezione si frappone una virtù oscura che penetra la natura conferendole una brillantezza violenta, uno spirito quasi febbrile, tanto impercettibile e frammentario, quanto mai icastico ed incisivo […] In tale contesto la logica della figurazione, la narrativa dell’immagine cedono il passo ad una più ampia dialettica di carattere non già razionale, quanto intuitivo: Cerbero è sì il cane a tre teste, Caronte è il traghettatore di anime e Medusa ha capelli di aspide e sguardo che pietrifica, ma la loro storia, la loro universale e condivisa mitologia viene trasformata in mitopoiesi, nella ricostruzione e riproposizione di un teatro personalissimo ed individuale».
L'artista Mario Zanoni (dx) con il critico d'arte Alberto Gross
L’artista Mario Zanoni (dx) con il critico d’arte Alberto Gross (Foto di Silvia Baldacci)
Del percorso artistico che lo ha condotto nel tempo a iniziare questo affascinante viaggio nell’universo del poema dantesco e delle motivazioni artistiche e letterarie che lo vanno guidando in questa sua ricerca plastica tra i “misteri” del fantastico animale e dell’immaginario nella Divina Commedia, è lo stesso autore a parlarcene.
Quale l’aspetto che maggiormente l’ha colpita di questo evento fiorentino?
«Tra le tante mostre, personali e collettive che ho tenuto in Italia e all’estero, questa del Divin “Bestiario”, che si è tenuta nel Circolo degli Artisti “Casa di Dante” di Firenze, è quella che sento avermi dato la maggiore soddisfazione in assoluto e sia a livello personale, che come artista, mi sento gratificato e commosso per il calore umano con cui sono stato accolto e per la sensibilità che i fiorentini, ma anche tantissimi stranieri, hanno dimostrato nei confronti delle mie opere, partecipando con interesse fin dal giorno della inaugurazione all’evento espositivo».
Cosa ha significato per lei portare a Firenze, nella “Casa di Dante” il suo Divin “Bestiario”?
«Un piacere ma anche una sfida con me stesso, i fiorentini per secolare tradizione forse sono il pubblico più artisticamente e culturalmente preparato del mondo, non era affatto scontata un’accoglienza tanto calorosa».
Dopo questa mostra il suo viaggio dantesco, a quanto pare, continuerà. Come pensa di percorrerlo e quanto la stretta “vicinanza”, almeno in termini ideali, con il Sommo poeta nella cui “casa”, appunto, si è svolta questa sua rassegna di sculture, influenzerà le sue prossime opere? 
«Credo che la ricerca continuerà in particolare nei versi in cui Dante descrive minuziosamente le metamorfosi delle anime con quella violenza barbarica molto affine al mio modo di pietrificare le immagini ed emozioni. Vista come ‘poema gotico’ la Commedia è per me una fonte inesauribile. Quanto alla “vicinanza”, cui lei si riferisce, con il grande Dante Alighieri, essa mi da fiducia ed ispirazione. Ed in tal senso non fa che accrescere la mia riconoscenza verso il Sommo».
Mario Zanoni, Arpia
Mario Zanoni, Arpia (Foto di Maila Stolfi)
Anni fa, il critico d’arte e scultore Giovanni Scardovi, scrisse di lei:
“Le forme plastiche e i soggetti delle figure che lo scultore Mario Zanoni realizza da oltre venti anni sono riconducibili secondo la critica a modelli espressivi gotici mutuati dal mondo medievale. Certe figurazioni animalesche o teste di drago che fuoriescono dai muri delle cattedrali del Nord, l’arcano di certe figure dell’iconografia magica medievale, le teste di uccello, i grifoni, sono gli elementi rivisitati dalla scultura di Zanoni che addentra i suoi temi in una sorta di allegoria favolistica, incarnando questi mitologemi nella sua iniziazione plastica. Il mondo allegorico e plastico di Zanoni sembra aver preso i moventi da queste suggestioni, come il suo voler dar corpo all’arcano simbolico dei tarocchi, quali: la Torre, Il diavolo, L’appeso, legati al magico e al demoniaco del sacrificio, dell’eversione della libido”.
Quanto questo suo linguaggio espressivo e queste sue caratteristiche plastiche l’hanno aiutata nell’esplorazione del mondo dantesco?
«Nei secoli XIII e XIV si sviluppa nel nord Europa l’arte gotica. Il termine gotico verrà tuttavia coniato solo attorno al ‘500 con un’accezione negativa: significava infatti, “barbaro”. Ebbene, con questa ‘barbarie’ sento una profonda familiarità, sono affascinato dal modo di rappresentare la figura con quello stile, citerò l’esempio del ‘Crocefisso di Santa Croce’ di Cimabue, Vasari lo indicò come il primo pittore che si discostò dalla “scabrosa goffa e ordinaria maniera greca”. Il corpo del Cristo è totalmente sproporzionato, la parte inferiore ha sembianze femminili, mani troppo lunghe, piedi troppo piccoli. Ma quel corpo, staccandosi dall’immagine ieratica e idealizzata della tradizione bizantina esprime quella umanità ed emozione che saranno in seguito alla base della pittura italiana ed europea. E’ sorprendente come nella Commedia demoni, spiriti e bestie, anche nell’estremo dolore, sappiano esprimere emozioni ed a volte grande umanità».
Quali le differenze e quali le affinità tra i soggetti fino a ora realizzati e quelli del fantastico animale e dell’immaginario mitologico incontrati in questo suo viaggio dentro la Divina Commedia?
«Ho fantasticato sul significato simbolico contenuto nella narrazione dantesca, è un disvelamento continuo che misteriosamente suggerisce forme e colori sovrapponendosi al mondo visionario del poeta:
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
Il mio Caronte, in una visione gotico metamorfica, perseguitando dannati diventa lui stesso barca, eternamente afflitto dal suo ingrato destino».
Mario Zenoni, Caronte (Foto di Maila Stolfi)
Mario Zenoni, Caronte (Foto di Maila Stolfi)
In genere predilige la terracotta come materiale per le sue sculture. Così è stato anche per il Divin “Bestiario”. Quali i motivi di questa scelta?
«E’ la materia che prediligo, ma trattandosi di dare corpo a visioni di così rara bellezza nella minuziosa descrizione dantesca, nel tentativo di trasformare poesia in solida immagine, la creta è certamente il materiale che più ‘respira’ l’alito creativo delle mani che la lavorano».
Fino a oggi la sua maggiore fonte di ispirazione sono state figure e personaggi fantastici e mitologici ispirati al mondo pagano, celtico o greco. Scegliere di interpretare il “meraviglioso” tratto da un poema come la Divina Commedia, intriso come è di religiosità e di continui rimandi alla teologia e filosofia cristiane, è stata per lei una curiosità, una sfida d’artista o cosa altro?
«C’è una radicale differenza, mentre il mito nasce dal tramandarsi nel tempo delle gesta eroiche di un uomo o di un dio al punto di diventare una leggenda investita di sacralità (sacrum facere), la parola di Cristo annuncia un messaggio di fratellanza e compassione. Nella Commedia il poeta giudica e condanna, ma con atteggiamento se non compassionevole almeno imparziale, tutto accade per volontà del Signore per il quale Dante ha assoluto rispetto e devozione».
Dopo questa esperienza sente che sia mutato qualcosa nel suo modo di fare scultura, nonché nel suo mondo interiore di artista e di uomo?
«Il ‘modo’ è lo stesso da sempre ma certo il talento creativo del ‘sommo’ è contagioso, uno spirito sensibile non può che lasciarsi andare al fluire di tanta bellezza».
Al centro lo scultore Mario Zanoni, alla sua sx Davide Ranalli e Mario Betti
Al centro lo scultore Mario Zanoni, alla sua sx Davide Ranalli e Mario Betti (F.to Silvia Baldacci)


Lo scultore Mario Zanoni ci racconta cosa si cela dietro le sue opere tratte dalla Divina Commedia, in mostra a Firenze fino al 26 gennaio, al Circolo degli Artisti – “Casa di Dante”










lunedì 29 luglio 2013

Un commosso saluto a don Ersilio Tonini. Che sempre ricorderemo con affetto e profonda stima


Grazie don Ersilio Tonini per il senso di umanità e di amore cristiano che ci hai saputo trasmettere
Che tu riposi in pace, beato tra gli angeli del paradiso...



Sotto una mia “vecchia” intervista (ma sempre attuale per i temi che si affrontano) nel ricordo commosso di Monsignor Ersilio Tonini, Cardinale emerito di Ravenna, sua città di adozione, dove era ospite nella Casa di accoglienza Santa Teresa e dove, purtroppo, si è spento il 28 Luglio scorso all'età di 99 anni. La sua figura spicca in questo tormentato secolo per essere tra le più elevate spiritualmente ed eticamente della Chiesa di Roma








INTRODUZIONE ALL'INTERVISTA

Sono passati esattamente due anni da quando, in occasione del suo compleanno, intervistai il Cardinale Ersilio Tonini. Era il 20 luglio del 2011 e Monsignore, come tutti lo chiamavano qui a Ravenna, di anni ne compiva novantasette. Lucidissimo, brillante e instancabile nella conversazione, dal fisico asciutto e apparentemente in buone condizioni d salute, tutto in lui faceva presagire che avrebbe avuto una vita lunghissima. Che avrebbe raggiunto i cento anni e che, magari, li avrebbe ampiamente sorpassati. Invece non è stato così. Monsignore non ce l'ha fatta, appena otto giorni dopo il suo 99° compleanno, se ne è andato. Per i ravennati, per chi lo ha conosciuto, per i fedeli tutti si è aperto un grande vuoto, una dolorosa ferita come avviene quando si perde un vero amico, di quelli su cui si può sempre contare. Di quelli che ti sanno leggere nell'animo e che con poche parole, mirate e senza retorica, ti sanno indicare la via da percorrere per andare avanti. Per cercare di non cadere più. Con Don Ersilio Tonini scompare una delle figure più schiette, trasparenti e fraternamente vicine ai deboli e agli umili che la chiesa italiana, e non solo italiana, abbia conosciuto in questi ultimi tempi.
Quando fu realizzata questa intervista ancora non c'era Papa Francesco, infatti di lui qui non si parla, sono certa, però, che al Cardinale Tonini piacesse tanto questo nuovo Pontefice. Tra i due religiosi colgo parecchie similitudini. E' anche per questo che mi piace immaginare il nostro Monsignore intento a proteggere da lassù (dal Paradiso, dove di sicuro ora si trova), Francisco, ispirandogli tanto amore e tante buone azioni a favore degli “ultimi”, così come, con estrema generosità, lui stesso fece nel corso della sua vita. 

INTERVISTA AL CARDINALE ERSILO TONINI
realizzata il 20 luglio 2011 nella Casa di accoglienza Santa Teresa a Ravenna

di Marilena Spataro



E' il grande vecchio della chiesa cattolica, il più anziano cardinale vivente. In questi giorni Monsignor Ersilio Tonini compie novantasette anni, è nato, infatti, il 20 luglio del 1914 in un paese dell'alta Emilia, a Centovera di Sangiorgio Piacentino. Arcivescovo di Ravenna (di cui è tuttora Cardinale-Arcivescovo emerito) dal '75 al '90, è rimasto a vivere in questa città, ospite, con tanti altri sacerdoti in “pensione””, dell'istituto d'accoglienza Santa Teresa. Nel corso della sua vita, durante la quale ha assistito ai più importanti eventi che hanno segnato la storia e la società del XX e del XXI, egli non si è mai tirato indietro nel dire la sua. Lo ha fatto, e continua farlo, senza troppi condizionamenti e tanto meno pregiudizi, sempre, però, con la benevolenza e con l'equilibrio della guida spirituale, oltre che con l'apertura mentale e la libertà di pensiero dell'autentico giornalista (è stato prima direttore di Avvenire e poi amministratore delegato della Nei, la società editrice del quotidiano cattolico) e con la verve critica e l'acume dell'opinionista televisivo. In questa ultima veste, Monsignor Tonini, ha riscosso un tale successo da diventare una delle figure mediatiche più famose e popolari del mondo cattolico, basta pensare al consenso ottenuto nel '91 quando insieme a Enzo Biagi animò la trasmissione televisiva ““I dieci Comandamenti””, giudicata dalla stessa Chiesa quale “esempio straordinario di moderna catechesi che si avvale del mezzo e del linguaggio televisivo”. A sostenerlo nel suo eclettico viaggio esistenziale, un'incrollabile fede e un'insaziabile sete di conoscenza. “Avevo cinque anni quando, percependo che la mia vita l'avrei voluta dedicare a Dio, comunicai ai miei genitori questo mio desiderio di diventare sacerdote” ricorda il cardinale. Che racconta come già allora, alla sua forte vocazione religiosa corrispondeva un'altrettanta vocazione verso lo studio e la cultura: “alla stessa età imparai a leggere alla perfezione. Pur essendo un contadino, mio padre sapeva leggere e scrivere benissimo, e, avendo capito quanto in me fosse forte la volontà di sapere, mi diede lezioni””. Queste coordinate, insieme a una straordinaria sensibilità umana, fatta di attenzione per i poveri e per i diseredati, guideranno il pensiero e l'azione dell'alto prelato durane tutto il suo sacerdozio, rendendolo, ieri come oggi, un punto di riferimento spirituale e culturale per migliaia di fedeli e di laici di tutte le nazionalità. L'amore per i più umili lo indurrà a schierarsi al loro fianco in varie occasioni, prendendo anche iniziative abbastanza insolite per una figura di così elevato rango della chiesa di Roma. Appena arrivato a Ravenna lascia il suo appartamento nel palazzo arcivescovile a un nucleo di tossicodipendenti, ritirandosi nell'istituto che tuttora lo ospita. Nell'87, invece, interviene pubblicamente condannando con parole dure l'abolizione prevista da un contratto del settore tessile della «domenica festiva», "simili iniziative distruggono la dignità stessa del lavoro" tuonò Tonini. Altro suo intervento che fece scalpore fu quello di condanna della regola del profitto senza limiti nell'economia, regola additata come la vera responsabile del tragico rogo della «Elisabetta Montanari», la nave incendiatasi nel porto di Ravenna con tredici persone a bordo. Sul finire degli anni '80, il cardinale lancia la campagna «Uma vaca para o Indio» che diverrà un emblema dell'impegno della chiesa a favore dei poveri del terzo mondo. Si trattò di una raccolta di fondi per l'acquisto di mandrie da far pascolare sulle terre degli indios Yanomani in Brasile. Secondo la legge di questo Paese tali terre non potevano esser loro tolte solo in presenza delle mandrie che vi pascolavano. L'iniziativa fu considerata di tale importanza da essere appoggiata persino da Papa Wojtyla che vi aderì con un suo personale e generoso contributo.

E' così, monsignor Tonini, difendendo il lavoro e le istanze della povera gente, che è riuscito a conquistare la fiducia dei cittadini di Ravenna, una città notoriamente laica, dalle forti radici repubblicane e anticlericali?

Fui mandato a Ravenna in un momento piuttosto critico, quando in effetti la tensione tra laici e cattolici era piuttosto alta. Quanto ho fatto e ho detto fin dal primo momento che ho messo piede in questa città, era il frutto delle mie più profonde convinzioni e del mio modo di vivere la fede. Lasciare le mie stanze dell'episcopio a chi ne aveva più bisogno di me è stato un gesto spontaneo, naturale, ma questo piacque molto ai revennati. In realtà io non ho mai amato troppo l'agiatezza, le confido che a volte facevo fatica a indossare persino un certo tipo di paramenti liturgici o ufficiali particolarmente vistosi. Sono figlio di contadini, di gente semplice e laboriosa, ricca, però, dei valori cristiani. Devo a loro l'aver imparato cosa significhi il rispetto verso l'altro e la carità. Mio padre era capo bifolco e dirigeva circa trenta famiglie di contadini che badavano al podere, ho sempre visto quanto rispetto avesse per i suoi sottoposti e per il loro lavoro. Per non parlare del rispetto che nutriva nei confronti di mia madre, sulla quale non l'ho sentito alzare mai nemmeno la voce. Ed è proprio questo stesso senso profondo del rispetto che ho ritrovato nei ravennati, gente assolutamente rispettosa di tutto e di tutti, che mi ha reso subito loro vicino. Ho apprezzato fin dall'inizio questo modo di essere e loro lo hanno capito, ricambiandomi con tanto amore. La volontà divina ha fatto il resto, aiutandomi a far venire, dopo quaranta anni, il Papa in questa terra. Non dimenticherò mai l'accoglienza sincera con cui i miei concittadini lo hanno ricevuto. E' stato qualcosa di cui sarò sempre grato ai ravennati. Devo molto a questa gente, ad essa mi sento profondamente legato, è per questo che ho deciso di non lasciarla nemmeno dopo le mie dimissioni da Arcivescovo. Loro hanno bisogno di me e io ho ancor più bisogno di loro e del loro sostegno”.

Nonostante le sue posizioni “originali”, a volte anche un po' fuori dal coro dell'ufficialità cattolica, lei ha sempre ottenuto il consenso dei vertici del vaticano e la stima incondizionata di tutti i suoi pontefici. Quale è stato il segreto che le ha permesso di ottenere questo risultato?

Vivere la fede con il cuore, supportandola con le ragioni della cultura e della conoscenza delle cose. Questo il segreto, se di segreto si può parlare. La fede e la cultura insieme hanno una forza straordinaria, dirompente, sono imbattibili. Mi sono manifestato così ai miei superiori come anche ai miei fedeli e loro hanno capito e mi hanno sostenuto. Perchè il mio modo di sentire era anche il loro. E' bastato saperlo comunicare”.

Oggi quali reputa essere i difetti e quali i pregi della nostra società?

Tutte le società di tutti i tempi hanno difetti da rimproverarsi e pregi da vantare. Non esiste la perfezione su questa terra, ciò non significa però che si debba rinunciare all'anelito di migliorare le condizioni di vita della società. Anzi. In tal senso oggi esistono possibilità grandiose. Basti pensare al progresso fatto dalla tecnologia e dalla scienza in questi ultimi tempi. Quello che occorre fare è utilizzarle in maniera intelligente e giusta, a favore, non contro l'uomo”.

C'è qualche aspetto del passato per il quale nutre rimpianto e che secondo lei occorre recuperare?

L'amore per la cultura. In questo momento c'è poca attenzione per questo aspetto, che, invece, è imprescindibile laddove si voglia che esista la civiltà. Le ragioni della cultura vincono sopra la violenza e quindi anche sulla guerra. Quando Orazio scrive “Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio” non fa altro che affermare questo principio, e cioè che la Grecia, conquistata dai Romani, conquistò a sua volta il feroce vincitore portando le arti nel Lazio agreste. La nostra civiltà occidentale affonda le sue radici nella cultura, quella ebraica e quella greca. Senza di queste non sarebbe esistiti né Roma, né tanto meno l'immenso patrimonio culturale, giuridico e artistico che questa ci ha lasciato; occorre ricordarlo, lavorando in tale direzione, specialmente in Italia, dove abbiamo una gioventù straordinaria che aspetta di essere valorizzata”.

Lei è stato anche insegnante e ha sempre rivolto uno sguardo di particolare attenzione ai giovani e agli studenti. Oggi nel nostro Paese molti di loro sembrano disorientati, soprattutto i più motivati allo studio e alla ricerca si sentono costretti ad andare all'estero per avere qualche chance di lavoro. Quale è la sua opinione al riguardo?

Non vedo aspetti di particolare negatività in questo desiderio di andare all'estero. Impadronirsi della cultura e della lingua degli altri popoli secondo me è un arricchimento. Quello che oggi occorre capire è che ormai le barriere dei vecchi Stati sono cadute. Viviamo in un villaggio globale dove la circolazione di idee e di saperi è essenziale per la crescita di tutti. Chiudersi nell'egoismo e nel patriottismo di una volta non ha senso. Se pensiamo a quante tragedie sono state consumate in nome di un'idea patriottica distorta, non possiamo non convenire che sia solo un bene la circolazione libera di persone, di conoscenze e anche di merci da un paese all'altro. Vedo poi che molti giovani scelgono l'Inghilterra come loro meta per lo studio, è questo va benissimo. Il mondo anglosassone e la Germania sono oggi gli eredi della nostra cultura occidentale. Il diffondersi della lingua inglese a livello internazionale, al posto di quella francese, un tempo la più parlata, ha coinciso con uno straordinario progresso dell'umanità. Dico questo anche per esperienza personale: aver conosciuto il tedesco mi ha dato fin da giovanissimo la possibilità di approfondire la grande cultura giuridica del mondo romano guardando oltre, verso la modernità. Parlare più lingue, poi, mi ha consentito di conoscere meglio i popoli e le loro culture, permettendomi, quando la Chiesa ne ha avuto bisogno, di rendermi utile rispetto ad alcune problematiche da risolvere con civiltà e popoli molto diversi dal nostro. Ovviamente le nostre istituzioni scolastiche, fin dalle elementari, devono essere in grado di formare gli allievi, preparandoli a trarre il massimo beneficio dalla loro esperienza di studio all'estero”.

Pensa che la nostra scuola così come è oggi sia in grado di assolvere a questo compito?

Innanzitutto tengo a precisare, che nella formazione di base, la scuola pubblica ha un ruolo di primaria importanza. Prima di entrare a undici anni in seminario, i miei studi li ho svolti nelle scuole pubbliche. E' stata un'esperienza di grande formazione, senza la quale non avrei potuto proseguire bene con gli altri studi. Devo molto ai miei insegnanti delle elementari, che continuo a considerare anche i miei primi maestri di vita. E' importante che le istituzioni e la politica si occupino della scuola nel modo più serio possibile. Ne va del futuro dei nostri giovani, ma anche di quello della nostra società”.

In questo ultimo decennio si è manifestata tra un sempre maggior numero di giovani, soprattutto tra le ragazze, del nostro paese, la tendenza a bruciare le tappe, inseguendo il successo e il denaro a tutti i costi, senza porsi tanti problemi morali. Molti opinionisti ritengono che il mezzo televisivo e i mass media in generale abbiano contribuito a dare una grossa spinta in tal senso. Più che il cardinale, come guarda a questo moderno fenomeno il giornalista Tonini?

Non mi pare si tratti di un fenomeno di ampia portata e nemmeno tanto nuovo. Sono stato parroco di Salsomaggiore. Le giovani che venivano lì per l'elezione di Miss Italia non erano poi tanto diverse da quelle di oggi. Tutte brave ragazze. La vanità è una componente del femminile quindi va capita, quello che non occorre fare è renderla l'unica componente della personalità. In questo il mondo adulto, soprattutto la scuola, gioca un ruolo importante al fine di evitare che questo accada. Quanto ai media, il limite di cui mi sembra oggi soffra l'informazione, è di aver in qualche modo perso il contatto con la realtà. Al tempo in cui facevo il giornalista, svolgere questo mestiere significava confrontarsi continuamente con la gente, aprendo dibattiti viso a viso sugli argomenti di maggiore attualità. A Piacenza utilizzavamo il teatro a tal fine, era sempre pieno di lettori che desideravano capire e dire la loro sui fatti, non assistere da spettatori, come, invece, si tende a fare con il pubblico in televisione. Ecco, la vera partecipazione della gente è quello che oggi manca nei media”.

Le recenti rivoluzioni in Nord Africa hanno accentuato il fenomeno delle emigrazioni di massa da questi territori verso Italia e Europa. La tentazione di alcuni governi europei è di chiudere le frontiere. Cosa ne pensa al riguardo, esiste a suo parere un modo per affrontare questa situazione senza dover calpestare i diritti di nessuno?

Innanzitutto c'è da dire che le recenti istanze di libertà emerse in questi paesi del Nord Africa vanno appoggiate, ovviamente con mezzi pacifici, non certo con la guerra. Siamo di fronte a una novità assoluta, a una opportunità di diffondere la democrazia nel mondo che non può che giovare a tutti, Occidente compreso. Accogliere gli immigrati significa cogliere questa opportunità; dando loro la possibilità di entrare a vivo contatto con la nostra cultura si aiuta la democrazia e la libertà nel mondo. Certo, occorre essere concreti nel far questo, predisponendo una serie di strutture efficienti e ospitali per l'accoglienza di tanta gente”.

C'è chi teme che integrando questi popoli, di cui la maggior parte appartiene al mondo islamico, l'Occidente possa correre per il futuro il rischio di perdere il primato della sua cultura e delle sue tradizioni religiose. Lei che ne pensa?

L'Islam non è riuscito a prevalere negli anni Mille quando era agguerrito e molto forte, figuriamoci oggi. La nostra cultura occidentale non è sradicabile nè dall'Islam nè da nessuno, inoltre non credo minimamente vi sia da parte dell'Islam alcuna intenzione di colonizzazione culturale o di altro tipo. Ringraziando Iddio i colonialismi sono finiti, da qualunque parte essi provengano e da qualunque interesse siano essi mossi. Nessuno si faccia illusioni in tal senso. E' un capitolo chiuso per tutti. Quello che deve prevalere nel nostro tempo è la cultura del rispetto reciproco. Il compito dell'Occidente è proprio quello di promuovere la cultura della tolleranza”.


Come vive oggi monsignor Ersilio Tonini?

Bene, accanto agli altri sacerdoti, ai malati e ai fedeli. Ogni mattina mi sveglio e, come mi ha insegnato mia madre, mi stupisco di esserci, di esistere, creatura di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza in un creato stupendo. Ogni uomo è a sua immagine e somiglianza e per questo, già solo per questo, dovrebbe essere felice e grato alla vita. E questa è una cosa grande, enorme, di cui dovremmo essere tutti consapevoli per condurre un'esistenza piena e serena. Il giorno in cui ogni uomo capirà l'immenso dono che è la vita, allora vivremo in pace”.








domenica 10 marzo 2013

mercoledì 20 febbraio 2013

domenica 12 agosto 2012

Sant'AgataInComune-News Eventi & Commenti dalla Bassa Romagna

SANT'AGATA | L'assessore Geminiani lascia la giunta comunale

Con le recenti dimissioni di Alessandra Geminiani, assessore alle Politiche giovanili e cultura del Comune di Sant'Agata sul Santerno, a amministrare il paese sono rimasti in due: il sindaco Luigi Antonio Amadei e Lilia Borghi, assessore alle Politiche sociali e, da circa un mese, vicesindaco. 
E è in seguito a quest'ultimo incarico conferito alla Borghi dal primo cittadino che la Geminiani ha maturato il proposito di dimettersi. «Lascio il mio posto in giunta e in consiglio comunale in segno di protesta rispetto alle modalità e alle motivazioni con cui Amadei ha giustificato questa nomina. Reputo che con ciò il mandato conferitomi democraticamente dai cittadini, nei cui confronti mi sono impegnata a agire sempre con trasparenza e onestà di intenti, sia stato tradito, per cui continuare non avrebbe senso» spiega con amarezza l'ex assessore. Che si sfoga: «il primo aspetto che contesto è che a fare il vicesindaco sia stata chiamata una persona che non è espressione della volontà popolare, la qual cosa dal punto di vista democratico è inaccettabile. Lilia Borghi non fa parte del consiglio comunale, ma è un'esterna chiamata in giunta dal sindaco. In una logica di democrazia l'incarico in questione sarebbe dovuto andare a me, ed è quanto mi aspettavo. Altro lato della vicenda che non solo non mi convince per niente, ma anzi mi offende come persona e come professionista, è la motivazione del sindaco sulla sua scelta. A suo dire, l'attuale assessore alle Politiche sociali sarebbe in grado di svolgere meglio degli altri il compito di vicesindaco in quanto in possesso di un diploma da ragioniera. Io, ex insegnante e con un diploma magistrale, invece, non avrei i necessari requisiti». Posta così, la questione è apparsa alla Geminiani improntata a toni troppo personali: «Mi sono sentita presa in giro e profondamente offesa nella mia intelligenza. Mi chiedo solo cosa c'entrino con la politica i titoli scolastici. Non mi risulta che la nostra Costituzione contenga disposizioni in tal senso». «In questi due anni - sottolinea l'ex assessore alle Politiche giovanili e cultura - ho messo a disposizione del mio incarico il meglio della mia esperienza umana e professionale, compresa quella acquisita in tanti anni da imprenditrice della moda. Ho cercato, attraverso una serie di iniziative culturali e sociali, particolarmente in ambito scolastico, di dare il mio contributo per la crescita della nostra società, dei nostri giovani e della nostra cittadina, che dopo una lunga assenza, ho trovato, rientrando, ammodernata e rivolta al futuro. Mi sono affiancata da amministratore a questo percorso di crescita, lavorando sodo e portando ulteriori ventate di aria nuova, cercando sempre di coinvolgere il maggior numero di persone possibili, lontano da logiche di schieramento politico o di qualunque altro genere, il che mi ha fruttato apprezzamenti e consensi bipartisan». Pur riconoscendo agli attuali amministratori il merito di non aver mai interferito con il suo assessorato e di averla lasciata agire in piena autonomia, la Geminani ribadisce «Lascio il Comune, anche se lo faccio con dispiacere. Il gesto è dovuto in ossequio ai valori della democrazia che mai devono essere travalicati, nemmeno dal più bravo degli amministratori. Quanto all'impegno a favore del mio paese intendo continuare sulla strada intrapresa, operando da semplice cittadina».
04/10/2012 - pubblicato da: Marilena Spataro
NB: Questo mio articolo è stato pubblicato su Settesere (settimanale cartaceo e online della Provincia di Ravenna) con cui collaboro da circa un anno. Tutti i diritti sono perciò riservati

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RAGAZZI DELLE MEDIE DI S.AGATA VANNO IN FRANCIA. VISITERANNO I 5 PAESI "AMICI" DEL LIMOUSIN


di Marilena Spataro







PATTO D'AMICIZIA. L'abbraccio tra il Sindaco di S. Agata, Luigi Antonio Amadei, e Bernard Dumond della delegazione di Sindaci francesi ospiti lo scorso anno della cittadina bassoromagnola







C'è fermento tra i ragazzi delle scuole medie di S.Agata sul Santerno in questi giorni. Diciannove di loro partiranno il 16 agosto alla volta del Limousin, in Francia. Accompagnati da due insegnanti, di francese e d'arte, e dagli assessori comunali, Alessandra Geminiani e Lilia Borghi, vi soggiorneranno fino la 20 agosto, visitando Royeres, Eybouleuf, La Genetouze, Saint Denis des Murs, paesi con cui lo scorso anno il Comune di S. Agata ha stretto un Patto di amicizia. «La prospettiva è di un futuro gemellaggio, per ora desideriamo conoscerci meglio, come nei migliori fidanzamenti - spiega con simpatia l'assessore alle politiche giovanili e cultura, Alessandra Geminiani, anima di questo progetto -. Chi meglio dei giovani, guidati dalle giuste figure professionali, è in grado di capire e assimilare i valori delle altre culture e società europee? Di quell'Europa, di cui loro, più di ogni altro, sono i nuovi cittadini». I ragazzi visiteranno i luoghi naturalistici, monumentali, artistici delle cittadine amiche e le aziende più significative per l'economia di quei territori, a partire dai laboratori delle famose porcellane di Limoges e dagli allevamenti dell'altrettanto famosa razza di mucche bovine limousine. Le loro “guide” li sproneranno a approfondire le varie caratteristiche di questa parte di territorio francese, un suggestivo e lussureggiante altopiano, e delle sue produzioni, in comparazione con le peculiarità territoriali e produttive dell'area bassoromagnola. In occasione della visita a un antico mulino a acqua, dove tuttora funziona una cartiera, i giovani santagatesi potranno realizzare con le proprie mani un piccolo cartiglio da portare a casa in ricordo di questo loro viaggio in Francia e dei loro nuovi amici francesi.

lunedì 10 ottobre 2011

Edizione 2011 di Ravenna Festival. Intervista a Cristina Muti Mazzavillani

di Marilena Spataro



Da Signora del Ravenna Festival a nonna?


Sopra, Cristina Muti Mazzavillani



Conosciuta in tutto il mondo per essere stata capitale dell'Impero romano di Occidente, della cui grandezza tuttora sono viva testimonianza imponenti opere architettoniche, monumentali e musive di elevato valore artistico ed estetico, Ravenna ha continuato per secoli a essere quella “città assorta e monastica, nebbiosa necropoli stillante accidia e malinconia che ha serbato anche nell'età delle automobili e della televisione” descritta da Indro Montanelli, nel IV volume della sua Storia d'Italia. A scuoterla da questo antico torpore, sfidando il carattere diffidente e lo spirito di conservazione dei ravennati, ci ha pensato una donna, anche lei ravennate, ma, con in più, rispetto ai suoi concittadini, nelle vene una passione incontenibile per la musica colta, tant'è che per anni ha tenuto concerti di successo come cantante di Lieder, e nel cuore, un grandissimo amore per Riccardo Muti, tra i più apprezzati direttori di orchestra viventi, di cui Cristina Mazzavillani è diventata nel '69 la moglie. E' a lei e al suo costante impegno per favorire e diffondere la cultura nella sua città che si deve il Ravenna Festival, una rassegna dedicata alla musica e alle arti performative che vede da ben ventidueanni l'ex capitale dell'impero e il suo territorio al centro di una serie di qualificatissimi eventi di livello internazionale di cui due dislocati, durante le giornate de “Le Vie dell'amicizia”, in una città italiana e in una straniera, quest'ultima scelta sulla base di principi di cooperazione e di fratellanza tra popoli e culture diversi. Le due città scelte per l'edizione 2011 sono state Piacenza e Nairobi.

Quando iniziò Ravenna Festival, immaginava che avrebbe avuto tanto successo?

Non solo non lo pensavo, ma ero decisa a rifiutare l'invito dell'allora sindaco di Ravenna che mi chiedeva di creare qualcosa di importante per la nostra città: mi sentivo inadeguata, inoltre avevo già tre figli e un marito impegnativo come Riccardo Muti da seguire. Dopo il matrimonio avevo abbandonato persino il canto per seguire la mia famiglia. Ritenevo, perciò, di non avere né il tempo né le capacità per dedicarmi a questa avventura. Fu Benigno Zaccagnini che al tempo mi convinse ad accettare in nome del bene della città. E oggi, visto come sono andate le cose, forse un po' tutti abbiamo nei suoi confronti un debito di gratitudine”.

E Riccardo Muti che ruolo ha avuto nel determinare il successo del Festival?

Ammetto che io ho fatto la mia parte, lavorando con impegno e tenacia al progetto, ma è stato il nome di mio marito a consentirmi di dialogare con tutti i grandi della musica mondiale. Grazie a lui tutte le porte dell'arte si sono aperte permettendomi di far arrivare a Ravenna fin dal principio ospiti di primo piano che certo non si sarebbero spesi tanto facilmente. Paradossalmente, sono stati loro a fare da vetrina al Ravenna Festival, non il contrario”.

Come è stato agli esordi il rapporto con la sua città?

All'inizio è stata dura perchè da parte della gente c'era molta diffidenza, cosa che io da ravennate e romagnola capisco benissimo. Noi siamo così, più che alle parole badiamo ai fatti. Per cui prima sono stata messa alla prova. Appena tutti hanno potuto toccare con mano i risultati del mio impegno, allora le riserve sono cadute. Da parte mia c'è stato un lungo e sottile lavoro per coinvolgere i vari ambienti cittadini, soprattutto quelli legati ai giovani. Qui ho trovato un mondo sommerso fatto di grande creatività e di talenti nascosti che, perciò, andavano valorizzati. Questo festival può e deve essere una opportunità per la crescita di tutta la società ravennate e non solo una manifestazione artistica e di spettacolo”.

Qual è il legame che intercorre tra questo festival e il territorio ravennate che ogni anno lo ospita?
E' un legame strettissimo. Ravenna è una città particolare che da sempre guarda verso oriente. E' stata capitale di un impero, i suoi monumenti, il suo tessuto urbano, le sue opere d'arte e la sua società parlano di questa storia e lo fanno in una lingua tutta propria e originale. Avendo vissuto per moltissimi anni fuori dalla mia città, ho dovuto fare una lunga full immersion per riprendere contatto con tutte queste specificità che la caratterizzano. Nel far questo mi sono confrontata con il territorio sotto vari aspetti, quello delle tradizioni, della collocazione geografica e anche del suo ambiente naturale. Tutto questo lavoro fatto a monte mi sembra che oggi traspaia chiaramente dagli spettacoli e dagli eventi che organizziamo per il festival”.

Ravenna si è candidata a Capitale europea della cultura per il 2019. Ospitare una manifestazione di livello internazionale come il Ravenna Festival può contribuire a favorire questa candidatura?
Di certo la presenza di Ravenna Festival può costituire una buona leva in tal senso, ma non basta. Per diventare capitale della cultura occorre altro. E' necessario lavorare per creare delle strutture che possano ospitare un così importante appuntamento, realizzando opere capaci di dare un volto nuovo alla città dalla forte valenza culturale, il che significa predisporre un piano cittadino che investa anche l'aspetto urbano. Ma, di tutto questo ad oggi, e purtroppo, io non ne vedo traccia. E non so nemmeno se ci sarà più tempo per farlo. Secondo me la città dovrebbe essere ripensata in una architettura armoniosa e integrata del territorio, dove il mare e il porto abbiano un ruolo di primo piano”.

La crisi economica di questi ultimi ha toccato inesorabilmente anche Ravenna. A suo parere puntare su grandi eventi che valorizzino il patrimonio artistico e culturale cittadino, può costituire una risorsa da spendere a favore della crescita economica del territorio?
Si, certo. Ma solo una delle tante carte da spendere e, comunque, mai da sola. Penso, infatti, che debbano essere la politica e l'economia ad aiutare la cultura, non il contrario. Quello che manca oggi, e su cui occorrerebbe muoversi, è avviare nel nostro Paese delle politiche della cultura che siano efficaci. Politica, economia e cultura sono aspetti che nella nostra società si intrecciano continuamente, solo se tra loro si crea sinergia si potrà davvero ottenere una crescita a tutti i livelli, quindi anche dell'economia”:


Qual è la valenza culturale e sociale che si è voluta attribuire a “Le Vie dell'amicizia”?

Il valore di questo progetto avviato dieci anni fa è quello di rispondere alle chiamate di popoli molto diversi dal nostro per tradizioni e culture. Noi desideriamo farli conoscere e dialogare con loro per costruire un ponte di pace e di solidarietà. Per questo organizziamo spettacoli e iniziative comuni. Il risultato del nostro impegno è che oggi sono questi stessi popoli a chiamarci. E noi cerchiamo di rispondere alla loro chiamata al meglio delle nostre forze. Siamo stati con questa manifestazione a Beirut, a Serajevo e in tante altre località particolarmente “calde” del mondo. Dove andiamo vogliamo lasciare un dono, a Beirut è nata, ad esempio, una scuola di mosaico collegata a quella di Ravenna. Laddove non riusciamo a lasciare qualcosa di materialmente tangibile e utile, comunque, lasciamo sempre il nostro abbraccio e la nostra amicizia”.


Di questo progetto si può dire che abbia più una maternità, la sua, o una paternità, quella di suo marito?
La maternità è mia, lo riconosco, ma sarebbe stata sterile se non ci fosse stata una paternità così pronta e feconda come quella di mio marito. Entrambi teniamo molto e siamo molto fieri di questo evento collegato al Ravenna Festival. Nonostante i grandi sacrifici che stiamo affrontando a causa dell'attuale crisi economica per mantenerlo ad alti livelli, non intendiamo mollare. Le Vie dell'amicizia sono una strada che secondo me è benedetta, una strada che va e che ritorna, è per questo che si deve continuare a percorrerla senza mai farsi scoraggiare. Rispetto a questa manifestazione si può affermare che Ravenna è la città che oggi più di ogni altra al mondo a chiamata risponde, il che la pone meritatamente al centro dell'attenzione internazionale”.



Una vita di successo e ricca di soddisfazioni a tutti i livelli, la sua. C'è ancora qualcosa che desidera in modo particolare per sé, per la sua famiglia e per la sua città?
Per quanto riguarda la mia città desidero che continui a crescere e a prosperare in un'ottica di fratellanza e di cooperazione mondiale. Personalmente desidero ritirarmi a vita privata per stare accanto ai miei familiari, soprattutto ai miei nipoti. Gli impegni pubblici mi hanno, spesso, impedito di essere vicina ai miei figli. Non voglio che questo accada con i miei nipoti. Per noi romagnoli la figura dei nonni è molto importante, il loro esempio ci guida nel corso della vita. Ravenna Festival ha delle fondamenta molto solide e gode di uno staff di persone straordinarie che sono in grado di continuare benissimo lungo il percorso da me tracciato. La mia attenzione nei confronti di questa manifestazione non verrà mai meno, ci sarò sempre, ma lontano dai riflettori”.


martedì 20 settembre 2011

Il sogno del mago - Mostra di scultura di Mario Zanoni



ALEF

Libreria esoterica Galleria d’Arte

Con il Patrocinio del Comune di Ravenna

Ha il piacere d’invitarLa


Inaugurazione Mostra di Scultura

Opere di
Mario Zanoni

Il sogno del Mago”

Sabato 24 Settembre 2011 dalle ore 18
(Buffet)



Dal 24 Sett. Al 31 Ottob. 2011
Via Ravegnana 146/a Ravenna
Orari: dalle 10-12.30/ 16.30-20
Chiuso il lunedì. tel.0544.401645 - 3483666968